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Ad Auschwitz

Testimonianze di chi l'ha conosciuto nel campo di concentramento di Auschwitz.

Un giorno un gruppetto di noi stava spalando del letame da una fossa. Padre Kolbe fu picchiato duramente da una guardia delle SS, che lo colpì tante volte in faccia mentre il suo cane lo assaliva mordendolo seriamente. Padre Kolbe sopportò tutto questo non solo con pazienza, ma anche con dignità. Quando tornò alla buca dove stavamo scavando il letame, si rimise al lavoro senza dire una parola.

Francesco Gajowniczek, sergente polacco

 

A Lui devo il fatto di essere ancora vivo, di aver tenuto duro e di aver vissuto per essere liberato. In quel periodo le guardie e i kapò mi picchiavano spesso durante le ore di lavoro. Io cominciavo a desiderare di buttarmi sul filo spinato elettrico e farla finita, come facevano altri prigionieri. Così un giorno, preso dalla disperazione, corsi verso il filo spinato. Ma fui fermato, mi fecero tornare indietro e mi diedero cinquanta frustate per punizione. Padre Kolbe venne a saperlo. Mi parlò e riuscì a rendermi la calma. Le cose che mi disse ebbero un tale effetto su di me che non ho più pensato a suicidarmi. Non solo era coraggioso lui, ma trasmetteva lo stesso coraggio anche a me e a tutti gli altri che potrei anche nominare.

Alessandro Dziuba, ad Auschwitz dal settembre 1940

 

Fu uno shock enorme per tutto il campo, ci rendemmo conto che qualcuno tra di noi, in quella oscura notte spirituale dell'anima, aveva innalzato la misura dell'amore fino alla vetta più alta. Uno sconosciuto, uno come tutti, torturato e privato del nome e della condizione sociale, si era prestato ad una morte orribile per salvare qualcuno che non era neanche suo parente. Migliaia di prigionieri si convinsero che il mondo continuava ad esistere e che i nostri torturatori non potevano distruggerlo. Più di un individuo cominciò a cercare questa verità dentro di sé, a trovarla e a condividerla con gli altri compagni del campo. Dire che padre Kolbe morì per uno di noi o per la famiglia di quella persona sarebbe riduttivo. La sua morte fu la salvezza di migliaia di vite umane. E in questo, potrei dire, sta la grandezza di quella morte. E finché vivremo, noi che eravamo ad Auschwitz, piegheremo la nostra testa in memoria di quello che è accaduto. Quella fu una scossa che ci restituì l'ottimismo, che ci rigenerò e ci diede forza; rimanemmo ammutoliti dal suo gesto, che divenne per noi una potentissima esplosione di luce capace di illuminare l'oscura notte del campo...".

Giorgio Bielecki, prigioniero ad Auschwitz

 

Primo piano

Massimiliano Kolbe costruì il cantiere di lavoro da lui prescelto, in maniera progressiva e nello stile più moderno. Sapeva che per rendere efficace l’attività apostolica doveva servirsi della tecnica più moderna: era un uomo del suo tempo...

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