Eredi di una speranza: che il filo mai si spezzi
Roma, 28 settembre 2025
Il messaggio iniziale di Elisabetta Corradini
Siamo qui riuniti come una grande famiglia composta dalle missionarie, dai volontari dell’Immacolata Padre Kolbe, dagli amici che con noi collaborano e dagli amici degli amici. Proveniamo da luoghi diversi dell’Italia e dell’Europa e, anche se noi non li vediamo, con noi ci sono anche altre missionarie, volontari, collaboratori, amici degli amici che oggi sono anche loro in pellegrinaggio con noi in Argentina, in California, in Bolivia, in Brasile…
Come una grande famiglia che condivide una spiritualità (...e cos’è una spiritualità? È il respiro dell’anima! Quell’ossigeno che aiuta la nostra anima a respirare meglio), come una grande famiglia che condivide la spiritualità mariana e missionaria, dunque, ci siamo messi in cammino: qualcuno è partito stamattina presto, qualcuno ha iniziato a viaggiare nel cuore della notte qualcuno si è messo in viaggio ieri e ieri l’altro, tutti affrontando qualche disagio e qualche sacrificio anche dal punto di vista economico: ad ognuno vorrei esprimere la nostra gratitudine perché tutto questo ha fatto sì che ci trovassimo qui, ora, in questo clima di gioia, di festa, di famiglia! Forse qualcuno avrà pensato: ma che io ci sia o non ci sia che differenza fa? Fa la differenza! Tutti abbiamo visto occhi brillare di gioia nel riconoscersi, rivedersi, abbracciarsi.
In questa giornata di gioia, di grazia e di memoria non possiamo e non vogliamo ignorare ciò che sta accadendo nel mondo sotto gli occhi di tutti: stiamo assistendo allibiti alla crescita di una spirale di violenza inaudita e proprio in questo tempo così difficile la Chiesa con Papa Francesco ha avuto il coraggio di indire il GIUBILEO DELLA SPERANZA. Sembra quasi un paradosso, ma la speranza, se ci pensiamo bene, è colei che ci guida nel buio.
Nel nostro cuore sorge spontanea una domanda: Com’è possibile sperare in questi tempi così difficili? Dinanzi a questa domanda mi ritorna istintivamente alla mente l’ultima lettera scritta da san Massimiliano a sua madre, nel 1941, poco prima di andare nel bunker della morte: “Cara mamma … il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto”. Non erano certo tempi migliori di questi! E Massimiliano Kolbe ci lascia la testimonianza di un uomo di speranza che nel buio della notte ha acceso una luce che non si è più spenta. Massimiliano è stato l’uomo che ha creduto che la speranza ha le ali e che neppure un forno crematorio sarebbe riuscito a inghiottirla. Dopo la sua morte sembrava che di lui non fosse rimasto nulla, del suo corpo - finito nei forni crematori di Auschwitz - non sono rimaste neppure le ceneri eppure dopo qualche anno il movimento della Milizia dell’Immacolata, da lui fondato, si è sparso in tutto il mondo e da lì è ha preso vita anche la nostra famiglia consacrata. Possiamo dire che Massimiliano è stato un uomo che morendo ha generato vita.
Noi abbiamo voluto ritrovarci qui a Roma per celebrare insieme questo Giubileo della Speranza e perché proprio oggi? Abbiamo scelto questa data perché è vicina al 20esimo anniversario della nascita al cielo di un uomo che ha accolto l’eredità di san Massimiliano e, come un gomitolo che si srotola, lo ha afferrato al volo continuando a farlo correre e arricchendolo di nuovi colori e sfumature adatte al suo tempo.
Quest’uomo si chiama padre Luigi Faccenda, è un frate minore conventuale, un discepolo di san Francesco e di san Massimiliano Kolbe che, come loro, ha creduto nell’uomo. Scriveva infatti: "La spinta radicale di ogni mia passione, il dinamismo di tutte le mie azioni, è stata la fede nella verità e dignità dell’uomo. Ho creduto all’uomo ingannato, profanato nella sua dignità, reso schiavo dalla droga, dalla menzogna, dall’ingiustizia… perché ho compreso che la sua fame era fame di Dio, di giustizia, di speranza. Per questo uomo ho dato tutto, perché voglio che ritrovi la propria dignità e grandezza; perché voglio che l’uomo incontri in Maria la sua Madre, perché sappia prenderla con sé, nella sua famiglia, nella casa, nel posto di lavoro, nelle strade del mondo, nella vita e nella morte".
Chi era dunque Padre Luigi Faccenda, il nostro fondatore, quello che confidenzialmente chiamavamo padre e che ha continuato instancabilmente a srotolare il filo della speranza? Era un uomo fragile e forte al tempo stesso: forte perché dotato di una volontà di ferro, fragile perché il suo fisico fin dalla giovinezza è stato affetto da varie infermità. Era un uomo burbero e severo ma che sapeva diventare tenero e paterno, un uomo che come tutti aveva pregi e difetti e di lui si potrebbero dire tante cose ma io direi che soprattutto era un uomo docile al soffio dello Spirito, un uomo che si è lasciato condurre senza sapere cosa lo aspettava:
E nel frattempo il padre intraprende innumerevoli viaggi missionari nei Paesi in cui sono sorte le nuove comunità di Missionarie e Volontari: Argentina, California, Bolivia, Lussemburgo, Polonia, Brasile…. È qualcosa che lo supera e lo sovrasta, è un filo che da lui è passato di mano in mano continuando a srotolarsi, fino ad avere quasi l’impressione che gli sia felicemente sfuggito di mano.
Chi era padre Luigi Faccenda? Un uomo che ha saputo leggere i segni dei tempi e vi ha risposto attualizzando e dando continuità al carisma di san Massimiliano Kolbe, come un albero che genera i rami e poi le foglie, e poi i fiori e poi i frutti.
In questo ventesimo anniversario della sua partenza per il Cielo, vogliamo oggi comunicare una bella notizia: noi Missionarie, insieme all’Ordine dei Frati Minori Conventuali, iniziamo il cammino per aprire la causa di beatificazione del padre, uomo fragile e forte che ha accolto Maria come Madre, sorella e guida nel discepolato del Signore Gesù.
Desidero augurare a tutti noi che questo Giubileo possa essere una giornata di fraternità e di grazia in cui insieme afferriamo quel filo che il padre ci ha passato per donarlo a nostra volta a tanti altri e concludo con le sue parole da cui è stato tratto il tema di questa giornata: che il filo mai si spezzi che il fuoco mai si spenga che il cuore mai si stanchi e mai dimentichi.
Elisabetta Corradini
direttrice generale dell'Istituto




