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MILIZIA MARIANA

PRIMO PIANO

 

Attualità ecclesiale


Giornata internazionale della donna
La testimonianza del Premio Nobel Malala Yousafzay

Pubblicato il 4 marzo 2015

 
 

L'8 marzo ricorre la Giornata internazionale della donna: occasione importante da un lato per fare memoria del cammino fatto a livello di riconoscimento dei diritti della donna in tutti gli ambiti, dal sociale al politico, dal culturale al professionale; dall’altro per lavorare contro quelle forme di discriminazione e di violenza ancora vigenti in tante parti del mondo. Sono davvero numerose le testimonianze di donne che con fede e coraggio hanno sfidato interi sistemi e denunciato sfruttamenti e ingiustizie anche a rischio della loro vita.

Quest’anno tra i tanti volti è emerso quello di un’adolescente pakistana, la più giovane persona a ricevere il Premio Nobel: Malala Yousafzay. Nel 2012 il suo scuolabus viene assaltato dai fondamentalisti talebani. Malala è ferita alla testa da diversi colpi di arma da fuoco. Quale il motivo? L’unica colpa di Malala è quella di voler studiare. Nella valle dello Swat, dove vive, si impiantano i fondamentalisti e in breve tempo si instaura un clima repressivo e di terrore. “Più di 400 scuole” racconta durante la premiazione, “sono state distrutte. Alle ragazze è stato impedito di andare a scuola. Le donne sono state picchiate. Innocenti sono stati uccisi”. E aggiunge: “Avevo due opzioni. Stare zitta e aspettare di venire uccisa. O parlare e venire uccisa. Ho deciso di parlare”.

Ad Oslo Malala porta con sé alcune amiche dal Pakistan, dalla Nigeria e dalla Siria, anche loro con storie dure, segnate da violenze e sopraffazioni. In uno dei passaggi più significativi del suo discorso afferma: “Mi sento più forte dopo l’attacco che ho subito, perché so che nessuno può fermarmi, fermarci, perché siamo milioni e siamo uniti. Poi aggiunge: “Io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola”.
Nonostante la durezza dell’esperienza vissuta, Malala non ha parole di odio né di vendetta. Nell’animo di questa piccola grande donna c’è la consapevolezza di non essere sola, di essere accompagnata dalla verità, dalla sua fede, c’è la rettitudine e la ricerca di giustizia. C’è la capacità di dire grazie: “Vorrei ringraziare i miei genitori per i loro amore incondizionato. Grazie a mio padre per non aver tarpato le mie ali e avermi lasciato volare. Grazie a mia madre per avermi insegnato a essere paziente e a dire sempre la verità – quello che crediamo essere il vero messaggio dell’Islam”.

Ci uniamo a Malala in questo suo sogno di giustizia a favore dei piccoli di tutto il mondo:
“Che sia l’ultima volta che un bambino o una bambina spendono la loro infanzia in una fabbrica.
Che sia l’ultima volta che una bambina è costretta a sposarsi.
Che sia l’ultima volta che un bambino innocente muore in guerra.
Che sia l’ultima volta che una classe resta vuota.
Che sia l’ultima volta che a una bambina viene detto che l’istruzione è un crimine, non un diritto.
Che sia l’ultima volta che un bambino non può andare a scuola. Diamo inizio a questa fine. Che finisca con noi. Costruiamo un futuro migliore proprio qui, proprio ora”. 

Monica Reale

 
 

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