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Lettere dalla Bolivia

Una sedia per Ana

 

Mai avrei immaginato che il futuro di una bambina, il suo legittimo sogno di diventare qualcuno (non è una battuta: perchè all'anagrafe e all'ufficio del lavoro molti boliviani non esistono), potesse essere legato alla possibilità o meno di disporre di una sedia.

In Italia è quasi scontato dalla nascita in poi, passare dall'ultimo modello di passeggino "Chicco" al seggiolone, alla sediolina colorata dell'asilo (ideale però per poterci attaccare sotto il chewingum), alla poltrona ultracomoda del soggiorno (preferita anche dal gatto), a quella girevole degli uffici (per darsi più importanza), a quella a dondolo della nonna (se ancora esiste: piace tanto anche ai nipoti). 
Abbiamo mai pensato a quanto sono importanti le sedie, nella nostra esistenza?
A come sanno accompagnarci nelle diverse fasi della vita? 
Ma una sedia 'normale', semplice ed essenziale, a quatro zampe, di legno: non sapevo potesse valere oro, dovevo andare in Bolivia a scoprirlo. 

"Non posso andare a scuola", così mi ha detto Ana Cely quella mattina, intrufolandosi nella stanzina del servizio sociale del nostro centro Medico, dove mi trovo spesso a lavorare.
Una frase del genere, pronunciata da una bambina di dieci anni: a sentirla, si è quasi sicuri che si tratta della verità - quello che invece rimane da scoprire è il motivo per il quale Ana non poteva andare a scuola.
Bisogna indagare, per capire se si tratta di una scusa qualunque, perchè la mamma ha bisogno di Ana in casa, dove non c'è nessun altro che rimanga a badare ai fratellini più piccoli; oppure, perchè non ci sono i soldi per comprare il quaderno e i libri; oppure perchè tutte le magliette di Ana sono ormai bucate, e al collegio esigono invece l'uniforme tutto intera...
Tutto questo ed altro passava per la mia mente mentre la bambina, piuttosto sveglia, aggiunge subito: "Mi manca la sedia! I maestri mi hanno detto di portarla da casa, perchè a scuola non ce ne sono di disponibili - ma noi a casa abbiamo solo due sedie, ed anche quelle tutte rotte: ho detto loro che potevo stare seduta a terra durante le lezioni, ma mi hanno risposto che non è permesso dal regolamento. Il mio papà se ne è andato di casa già da tempo, non si sa dove sia; e la mamma guadagna appena per comprarci da mangiare, non ha proprio i soldi per comperare una sedia". 

Dalla faccia triste di Ana, ormai prossima alle lacrime, capisco che non si tratta di una bugia alla 'Pinocchio' e di quanto ci tenga ad andare a scuola. La scuola è l'unica, la sola possibilità per abbandonare la vita di strada, per avere la possibilità di un futuro migliore. Niente sedia, niente scuola: niente scuola, niente futuro. 
Le rispondo: "Okay, ti faccio un regalo: però devi promettermi di fare la brava, e di studiare con impegno." 
Per far contento un bambino in Italia, a volte ci si deve scervellare per pensare ai regali ultimo modello: per Ana Cely è bastata una sedia, per farle 'sfoderare' uno dei sorrisi più belli che abbia mai visto. 

Cosa dell'altro mondo? 
Forse. Ma se la felicità vale così poco, perchè mai ci sono tante persone tristi sul pianeta Terra ?

Lucia Catalano - Missionaria dell'Immacolata padre Kolbe

ciacat67@gmail.com