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Una carezza materna

Mi ritrovo a 32 anni con un carattere sensibile ma delicato, sempre in bilico fra superbia e umiliazione, fra voglia di primeggiare e un comodo nascondermi in un altrettanto comodo e sonnolento "lasciarmi andare". Qualche anno fa ero questo, forse lo sono ancora, ma da questo modo di essere ho cominciato a trarre ciò che di buono c'è in esso, e ho smesso di pensare a "superare tutti i miei limiti": per questo ho cercato un appoggio.

Mamma abbraccia figlio

La proposta della Consacrazione all'Immacolata, ormai sette anni fa, è stata l'occasione per poter cambiare, per "girarmi" e intraprendere altre strade, basate sulla fede e sulla conoscenza di me. Uno spartiacque esistenziale, un momento di rottura, perché la Consacrazione è durissima e dolcissima al tempo stesso. Non posso dare alcuna testimonianza di "straordinarie cose fatte": non so quante volte sia riuscito dopo la Consacrazione all'Immacolata a far entrare la Madre di Dio nel cuore di qualcuno, ma ho provato ad affidarle i miei amici che vivevano i piccoli o grandi drammi quotidiani, li ho lasciati nelle sue mani. Non ho compiti da educatore, ho una scarsa vita attiva nella mia comunità. Ma allora, perché consacrarmi?
 
Penso di averlo fatto solo per affidarmi, perché ho avuto e ho bisogno di una Madre che mi aiuti a camminare da cristiano, in un mondo che per il cristiano è complesso e a volte ostile. Penso di essermi affidato per imparare a sopportare i miei sbagli, forse anche a riderci sopra, esattamente come un bambino che ride con la propria madre della pappa buttata per terra. Mi sono consacrato all'Immacolata il 7 giugno del 1998 a Borgonuovo presso la Casa dell'Immacolata, con altri 10 ragazzi e ragazze, rispondendo a un invito semplice, con la mia consueta brama di "capire", forse di razionalizzare. Qualche mese prima avevo chiesto alle Missionarie dove potevo conoscere e approfondire le "basi" della consacrazione; mia guida furono le parole di padre Luigi Faccenda, scritte nel volume "Era Mariana".

 

E allora mi rimane da chiarire che cosa vuol dire per me affidarmi. Alla "scuola di vita" di Maria non sono mancate né mancheranno difficoltà e asperità, ma anche aiuti del tutto particolari, amici speciali che sono il punto di forza di un'esistenza, forse miope, che cerca il bene più grande, vicino a sé. Quindi affidarmi è significato anche fare discernimento su tutto ciò che può capitare nella vita di un ragazzo, di un ragazzo che cerca di diventare uomo e di tendere al Creatore come sua piccola creatura. Affidarmi è cercare di capire quando le parole degli altri per me non hanno l'iniziale minuscola ma maiuscola, quando quelle Parole sono parole di vita, per la vita. Affidarmi è anche sfidarmi ad aprire a me stesso e agli altri orizzonti differenti e distanti dal ragionare, seguendo uno schema di convenienza: è indicare ad un amico un modo differente di comprendere le proprie ansie e le proprie paure.
Affidarmi è soprattutto lasciarmi andare, di sera, alla richiesta di una carezza "materna" perché la giornata è stata piena di amarezze, di stanchezza e si ha solo bisogno di riposare. È parlare ad una persona speciale, come se la si avesse davanti, anzi come se la si avesse "intorno", come se la sua grandezza si manifestasse come un grande silenzio avvolgente. È il mio rifugio, lo sarà ancora tutte le volte che ne avrò bisogno; quale madre non accorre verso il proprio figlio se questo grida, o piange o è triste? Sono sicuro che correrà in mio aiuto, sono sicuro della sua presenza, affidarmi è questo: è essere sicuro di essere per sempre un figlio.

Peppe

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