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Auschwitz

 

Sul treno

«Il 28 maggio del 1941, le SS caricarono 320 prigionieri su un treno merci per deportarli ad Auschwitz. Dopo che ci ebbero stipati nelle vetture senza finestre cadde un silenzio di morte. Ma improvvisamente, con mia grande sorpresa e gioia, qualcuno cominciò a cantare. Sotto l’incoraggiamento dei canti e dei racconti di Padre Kolbe, ci sentimmo veramente meglio e dimenticammo il nostro triste destino». 
Ladislao Swies    ("Massimiliano Kolbe- Il santo di Auschwitz")

 

Solo l'amore crea

«Fu lui che mi incoraggiò a parlare e finii per confessarmi. Ero così triste e disperato: volevo vivere!. Le sue parole furono semplici e profonde. Mi spronò ad avere una fede salda nella vittoria del bene. "L'odio non è forza creativa, solo l'amore crea", mi sussurrò, stringendo caldamente la mia mano con tutto l'ardore. "Queste sofferenze non ci spezzeranno, ma ci aiuteranno a diventare sempre più forti. Sono necessarie, insieme ai sacrifici degli altri, perchè chi verrà dopo di noi possa essere felice". Il modo così caloroso in cui continuava a tenere la mia mano e il modo in cui puntava tutto sulla misericordia di Dio mi rincuorarono». 
(Giuseppe Stemler, direttore del dipartimento per l'educazione di Polonia - Dal libro: "Massimiliano Kolbe - Il santo di Auschwitz", pag. 185)

 

Amore alla preghiera e all'Eucarestia

«Dopo qualche giorno Padre Kolbe fu messo nella nostra cella. Indossava l'abito francescano. La sua presenza mi calmò molto... Dopo due o tre giorni che era con noi, uno degli uomini della Grestapo guardò dentro la nostra cella: entrò infuriato alla vista di Kolbe che indossava il suo abito dal quale pendeva il rosario francescano. Lo Scharfuhrer afferrò il rosario e strappandolo iniziò ad assalire Padre Kolbe che non rispose. Poi l'uomo puntò il dito con disprezzo sul crocifisso e disse con tono minaccioso: "Credi in quello?" "Sì, ci credo" rispose serenamente Padre Kolbe... Ad ogni affermazione l'uomo delle SS si arrabbiava sempre più e diventava sempre più violento.
Quando lo Scharfuhrer uscì, egli cominciò a camminare avanti e indietro nella cella, pregando in silenzio. Sulla sua faccia c'erano dei segni rossi per i colpi ricevuti. Ero molto scosso per quello che era accaduto e dissi qualcosa, ma non ricordo cosa. Lui mi disse: "Per favore, ti prego, non essere triste, hai già tante preoccupazioni. Non è niente quello che è successo, perché è tutto per la mia mammina (e intendeva la Madonna). Dal modo in cui lo disse si sarebbe potuto pensare che davvero non fosse successo niente».
(Edoardo Gniadek - Dal libro: "Massimiliano Kolbe- Il santo di Auschwitz", pag. 157-158)

 

La settima fila

«San Massimiliano Kolbe salvò prima di tutto in noi la nostra umanità. Fu una guida spirituale nella cella della fame, incoraggiava, guidava la preghiera, conduceva i moribondi con un segno della croce all’altra vita. In noi, salvati dalla selezione, fortificò la fede e la speranza. In questo clima di terrore e di male ci restituì la speranza».
(Intervista a Michele Micherdzinski, ex prigioniero, morto alcuni anni fa, presente in Auschwitz all’appello, durante il quale San Massimiliano Kolbe si offrì di andare a morire nella cella della fame, al posto di Francesco Gajowniczek).

 

Nessuna distinzione

«Lui sapeva che ero ebreo, ma questo non faceva
differenza. Il suo cuore non faceva distinzione di persone e non aveva alcuna
importanza se erano ebrei, cattolici o di altre religioni: egli amava tutti e
donava amore, nient’altro che amore. Per esempio, distribuiva una parte così
grande delle sue scarse razioni che per me era un miracolo che rimanesse in
vita». Sigismondo Gorson  ("Massimiliano Kolbe- Il santo di Auschwitz")

 



Speranza e forza

«Fin dal giorno in cui arrivò nel campo della morte, lo incontrai spesso, all'appello della sera. Nonostante la sua testa fosse piegata, forse a causa della poca salute, e parlasse lentamente e a bassa voce, le sue parole mi davano speranza e forza per superare le sofferenze con grande e profonda soddisfazione e gioia. Dopo averlo ascoltato, sentivo che non avevo più paura di morire, una cosa che mi aveva sempre angosciato...
Nel campo di concentramento noi eravamo distrutti a causa delle sofferenze inumane e privati della fede, ma lui non solo accettava tutto come dono di Dio, ma lo ringraziava e lo amava ancora di più».
(Ladislao Lewkowicz, veterinario - Dal libro: "Massimiliano Kolbe - Il santo di Auschwitz", pag. 203 - 204)

 

Non vi abbattete moralmente

«Ci spronava a perseverare coraggiosamente. "Non vi abbattete moralmente", ci pregava, assicurandoci che la giustizia di Dio esiste e che avrebbe alla fine sconfitto i nazisti. Ascoltandolo attentamente dimenticavamo per un po' la fame e il degrado a cui eravamo sottoposti. Ci faceva vedere che le nostre anime non erano morte, che la nostra dignità di cattolici e di polacchi non era distrutta. Sollevati nello spirito, tornavamo nei nostri Blocchi ripetendo le sue parole: "Non dobbiamo abbatterci, noi sopravviveremo sicuramente, loro non uccideranno lo spirito che è in noi».
(Miecislao Koscielniak, Artista - Dal libro: "Massimiliano Kolbe - Il santo di Auschwitz", pag. 193) 

 

Volevo vivere

«Fu lui che mi incoraggiò
a parlare e finii per confessarmi. Ero così triste e disperato: volevo vivere!.
Le sue parole furono semplici e profonde. Mi spronò ad avere una fede salda
nella vittoria del bene. "L'odio
non è forza creativa, solo l'amore crea
", mi sussurrò, stringendo caldamente la mia mano con tutto
l'ardore. "Queste
sofferenze non ci spezzeranno, ma ci aiuteranno a diventare sempre più forti.
Sono necessarie, insieme ai sacrifici degli altri, perché chi verrà dopo di noi
possa essere felice
". Il modo
così caloroso in cui continuava a tenere la mia mano e il modo in cui puntava
tutto sulla misericordia di Dio mi rincuorarono». 

Giuseppe Stemler  ("Massimiliano Kolbe- Il santo di Auschwitz")

 

La zuppa

«Ricordo quella volta che padre Massimiliano, davanti al
blocco, diede tutta la sua razione di zuppa ad un giovane prigioniero. Ricordo
che gli disse: “Prendila e mangia. Tu sei più giovane e almeno tu devi  vivere”. 
Anche un’altra volta voleva fare la stessa cosa, ma noi non glielo
permettemmo: lo costringemmo a mangiare la sua razione. A lui devo il fatto di essere
ancora vivo, di aver tenuto duro e di aver vissuto per essere liberato».
Alessandro Dziuba  ("Massimiliano Kolbe- Il santo di Auschwitz")

 

Il dono

«Potei solo cercare di ringraziarlo con gli occhi. Ero
stravolto e facevo fatica a capire cosa stesse succedendo. L’immensità del gesto:
io, il condannato, dovevo vivere e qualcun altro, volontariamente e con gioia,
aveva offerto la sua vita per me, un estraneo. Era un sogno o era realtà? ».
Francesco Gajowniczek   ("Massimiliano Kolbe- Il santo di Auschwitz")

 

Un volto raggiante

«Vidi Padre Kolbe, in preghiera, porgere lui stesso il
braccio al suo assassino… Il suo corpo non era sporco come gli altri, ma pulito
e luminoso. La testa era piegata leggermente da una parte. I suoi occhi erano
aperti. Il suo volto era puro e sereno, raggiante».
Bruno Borgowiec   ("Massimiliano Kolbe- Il santo di Auschwitz")