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Giornata della memoria

27 gennaio - per ricordare

«Il più grande rischio è che il passato possa ritornare, magari verso altre minoranze, non dico che possano essere gli ebrei, le minoranze sono sempre a rischio» (Piero Terracina).
 

Era Il 27 gennaio del 1945 quando le forze alleate liberarono Auschwitz dalle milizie tedesche. E al di là di quel cancello apparve l’inferno. Il mondo scopri, per la prima volta e da vicino, questo luogo di morte, simbolo dello sterminio di un popolo vittima della follia nazifascista. La Germania infatti aveva varato nel 1935, a Norimberga, una legislazione antiebraica, iniziando ad applicare le cosiddette leggi razziali contro gli ebrei, additati come la causa della crisi economica e sociale della società tedesca, uscita moralmente e finanziariamente distrutta dalla Prima guerra mondiale. L’odio nei confronti degli ebrei crebbe sempre di più fino a culminare nella famosa notte dei Cristalli del 1938 quando, in Germania, Austria e Cecoslovacchia, tutte le vetrine dei loro negozi furono distrutte. Da quel momento la lotta non ebbe più freni e iniziò una grande discriminazione (gli ebrei furono costretti ad attaccare una stella sulla giacca per essere riconoscibili, furono esclusi dalle occu pazioni pubbliche, furono vietati matrimoni tra tedeschi ed ebrei...). Il 1° settembre 1939 la Germania di Hitler invase la Polonia, determinando l’inizio della Seconda guerra mondiale. E, per gli ebrei, si arrivò ai ghetti, fino alla deportazione nei campi di concentramento. Il punto di non ritorno fu raggiunto dopo il 1942, quando durante la conferenza di Wannsee, furono decise le modalità della “soluzione finale della questione ebraica”. Fu allora che, nella massima segretezza, furono creati i “centri di sterminio” di Chełmno, Bełżec, Sobibór, Treblinka, Majdanek, Jasenovac e Auschwitz-Birkenau: luoghi deputati alla morte di milioni di ebrei, le principali vittime della Shoah (anche se vi confluirono molti altri: Rom, Sinti, comunisti, testimoni di Geova, omosessuali e disabili: milioni di persone morte nelle tristemente famose camere a gas).

PERCHÉ RICORDARE?
Non è solo un omaggio alle vittime, ma una presa di coscienza collettiva del fatto che l’uomo è stato capace di un orrore simile nei confronti di altri esseri umani. La Shoah è stato un momento terribile della storia dell’umanità e dovrebbe portarci a riflettere che instillare odio nei confronti del diverso, sia per religione, lingua, colore della pelle o altro, è sbagliato. Non esiste una popolazione più o meno brava, più o meno forte. Esistono solo esseri umani che possono fare cose bellissime come cose bruttissime. L’importanza dell’uguaglianza tra popoli è un concetto chiave, che la memoria dell’Olocausto dovrebbe ricordarci ogni giorno. Il 27 gennaio è anche una consegna. «Bisogna mobilitarsi a favore della cultura della memoria – è stato l’appello di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia –. La Shoah è un tema che riguarda tutti, non solo il popolo ebraico, e per questo ciascuno deve sentire questo peso di memoria da portare, deve sapere cosa è accaduto». Ecco allora che il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è diventata una data simbolo per ricordare l’orrore della Shoah, per uscire da quell’indifferenza che, secondo Liliana Segre, ha consentito che succedesse.

E ARRIVIAMO AI NOSTRI GIORNI
Il cardinale Pietro Parolin manifesta la sua preoccupazione per quanto capitato nelle ultime settimane alla senatrice a vita, “circondata da molto odio”. E insiste sull’università quale ruolo di riscatto e rinascita: «L’educazione alla pace – dice – è uno dei compiti fondamentali che oggi sono richiesti soprattutto nella nostra Europa... Questo è fondamentale per i giovani». Occorre suscitare la loro curiosità intellettuale, aiutarli a combattere l’indifferenza, promuovere il loro pensiero critico. Far loro conoscere la tragedia che si è consumata nei campi di sterminio significa attualizzarne il senso, aiutarli a riflettere sul continuo pericolo di un possibile ritorno di quei sentimenti che hanno portato allo sterminio di un popolo. Infatti, una delle condizioni per apprendere dal passato è conoscerlo. Con gli anni i testimoni dello sterminio ebraico non potranno più raccontarlo e noi non possiamo correre il rischio di dimenticare questa pagina di storia. È un esercizio di memoria utile a passare la fiaccola del ricordo alle nuove generazioni.

di Angela Esposito
tratto da Missione Maria gennaio 2020

 
 
 
 

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