Il 14 agosto abbiamo celebrato il settantesimo anniversario del martirio di san Massimiliano Kolbe. Continuiamo a fare memoria del suo martirio riportando alcune riflessioni tratte dagli scritti di padre Luigi Faccenda, seguace e interprete dell’eredità spirituale del santo di Auschwitz.
È grande il privilegio di avere per ispiratore, per maestro e guida lungo il cammino il martire della carità, il santo dei nostri tristi tempi, l’apostolo indefesso dell’Immacolata: san Massimiliano Kolbe.
Vorrei poterti cantare le sue glorie!
Vorrei parlarti dei suoi celesti privilegi, delle due corone, della sua vocazione alla vita francescana, della sua acuta e profonda intelligenza, della sua poliedrica cultura, delle sue intuizioni teologiche intorno al mistero dell’Immacolata.
Vorrei portarti a Cracovia, a Grodno, a Niepokalanów, mentre egli lavora per costruire la Città dell’Immacolata; mentre dirige quei lavori, mentre egli stesso lavora come muratore, carpentiere, ingegnere e come manovale; mentre pone al loro giusto posto le macchine per stampare, per produrre giornali su giornali, per appagare la sete di verità del mondo. Padre Kolbe vuole portare tutta la verità, per neutralizzare la potenza dell’errore che non conosce sosta.
Vorrei portarti sui treni, sulle navi, sulle auto mentre egli corre instancabilmente, perché deve trovarsi fedele agli appuntamenti con il Giappone, la Cina, la Corea, la Russia, l’India, l’Italia, la Francia e chissà quali altri paesi ancora.
Vorrei farti sentire le parole con cui risponde a chi gli consiglia di curarsi: «Si vive una volta sola, si muore una volta sola... La vita vale in quanto è spesa per un ideale; e il mio ideale è l’Immacolata, e tutti i fratelli che vivono nell’errore, nel peccato e nel dolore».
Vorrei portarti nel carcere di Pawiak e ad Auschwitz, nel campo di sterminio, il campo degli orrori e della morte. Vorrei che tu lo vedessi con quanta calma accetta i soprusi e le torture. Come sorride, quando viene bastonato e come incoraggia i suoi compagni di sventura parlando loro di Dio, di Maria, di amore e di perdono.
Vorrei che tu lo vedessi nella cella della fame, confortare quei condannati a morte, consolarli, confessarli, sorridere e baciarli. Che tu vedessi il suo volto sorridente, mentre fissa, con quei suoi occhi celestiali, il feroce carnefice che gli inietta nel braccio il veleno che lo porta a ricevere dalla mano di Maria la corona rossa, la corona del martirio.
Vorrei ripeterti testimonianze a non finire di persone che, incontrando padre Kolbe, hanno incontrato la Madonna, hanno incontrato la salvezza.
Vorrei entrare nell’intimo del tuo spirito per farti riscoprire ogni giorno più l’abisso inesauribile di quella ricchezza che ha fatto di padre Kolbe l’innamorato di Maria, il cantore della santissima Trinità e la concreta espressione del Vangelo. Ma ciò che non posso fare io, puoi farlo tu, “impastandoti” con lui: mentre leggi la sua biografia o ti diletti nella meditazione degli scritti tanto densi e tanto ricchi prodotti nei pochi decenni della ricchissima sua vita.
Padre Luigi Faccenda, tante volte nel suo impegno di apostolo, di evangelizzatore e di fondatore si è affidato all’intercessione di san Massimiliano e ha sentito il conforto della sua presenza e del suo aiuto. Riportiamo una sua preghiera rivolta a Padre Kolbe.
Caro Padre Kolbe, tu mi portasti sulle orme di Maria, quando ancora ignaro di tutto il suo valore, mi presentasti la consacrazione alla Madonna come il più grande aiuto per essere fedele alla voce del Signore. E con parole e sentimenti a Lei mi consacrasti nel 1934, mentre muovevo i primi, fermi passi nella risposta alla mia vocazione. Poi venne la tempesta: i sogni del futuro parvero sfumare nella notte buia, quando mi trovai gettato nell’ignoto, per un oscuro male, alla ricerca di un asilo, che mi aiutasse a riprendere le forze, a continuare nello studio, e a preservare il dono della vocazione, che per me era più grande della vita, era più forte della stessa morte. Ma tu, attraverso la presenza di Maria, mi riportasti al porto, sempre presente nell’ora della prova, del dolore, della guerra fino al sacerdozio, di cui vissi le primizie con i senza-tetto, in mezzo agli affamati, coi diseredati, i transfughi, i profughi e con i perseguitati.
E quando chiudevo la giornata, avvertivo la presenza di Maria, cui offrivo, fin d’allora, la vita, la morte, la stessa eternità, disposto ad essere per Lei strumento d’amore e di perdono. Poi tu mi accompagnasti, quando l’obbedienza mi affidava la Milizia, contro ogni desiderio e ogni previsione, perché sognavo l’arido deserto, la steppa desolata, la pampa sconfinata. Oh, quanto meditai la tua vita che si rivelava in tutto il suo profumo e il suo martirio!Oh, quanto ripensai a quelle frasi che erano un messaggio ed un programma, e che erano un invito a vivere il mistero di Maria!
Sentii la tua presenza e il tuo carisma quando vidi l’umanità – ferita dalla guerra e tormentata dagli errori nuovi –, lanciare un grido di speranza a Colei che da Fatima parlava di pace e di perdono. Sentii la tua presenza nello slancio travolgente di quel Papa che consacrava la Russia e il mondo intero al Cuore Immacolato di Maria, che ne dichiarava dogma l’Assunzione al cielo. Tu mi fosti guida, implacabile e paterna, quando la Provvidenza (con tanti arcani segni) mi voleva padre e guida di anime eroiche e generose che, seguendo la tua scia, chiedevano la consacrazione nel grado più perfetto, per offrirsi vittima d’amore al servizio dei fratelli. Furono, quelli, anni di speranze e di timori, di corse folli e d’inauditi sforzi, solo, di fronte ai problemi immani di anime in attesa, di esigenze materiali, di progetti da condurre in porto, alla ricerca di case, di terreni, di aiuti finanziari. Furono anni di sofferenze fisiche e morali, più volte emarginato, guardato con sospetto e diffidenza. Ma la certezza della tua presenza, la ricchezza dei tuoi insegnamenti, la tua intercessione furono la forza per non tradire il mandato che avevo ricevuto e non venire meno all’avventura che attendeva la gioventù mariana-missionaria. Ed ora te l’affido, questa gioventù sublime, che in un momento triste della storia, vuole comunicare al mondo il «tuo» segreto: giungere alla pienezza dell’amore nella «conquista dell’Immacolata». Allora, fa’ che la tua Missionaria comprenda l’esigenza dell’ascesi, nella preghiera, nell’Eucaristia, nell’ascolto e nello studio della dottrina e della sana teologia, compiendo passi eroici dappertutto. Fa’ che si lasci travolgere da Dio e che lo sappia contemplare in ogni istante, che non corra il pericolo di sfuggire e di resistere al suo Amore!
Comprenda che ogni scelta è una donazione che va sempre motivata, per non cadere in crisi, e che occorre il momento del «deserto» non per pregare meglio o per vivere ancora più in pace, ma per sentirsi amati, e quindi sapere amare veramente.
Il Padre Luigi Faccenda ripercorre il cammino di santità di san Massimiliano individuandone il segreto nella molta preghiera e nell’estrema povertà.
La Chiesa ha canonizzato il padre Massimiliano Kolbe, non solo per lo zelo ardente e continuo da lui dimostrato nella sua intensa ed efficace vita di apostolo, di sacerdote, di frate e di evangelizzatore instancabile, e neppure per il gesto sublime compiuto nell’offrirsi al posto di un prigioniero; ma il motivo di fondo è stato perché egli ha esercitato eroicamente, per tutta la vita, le virtù cristiane e religiose, e ha affrontato la morte a motivo del suo sacerdozio, a testimonianza, quindi, della fede sempre da lui professata, senza falsi timori e senza incoerenze. Padre Kolbe, una volta conosciuta la volontà di Dio che lo voleva frate e sacerdote, incominciò a vivere fedelmente la propria vocazione, senza rimpianti e delusioni, senza nostalgie e incertezze. Al momento di scegliere il proprio futuro, se diventare o meno un brillante ufficiale al servizio della sua Polonia, sa dire fermamente di no, perché è convinto che un’altra carriera sarà più fruttuosa per sé e per gli altri, anche se meno attraente. E si chiude in convento a studiare. Il convento di Leopoli, dove i figli di san Francesco di Assisi stanno preparando i giovani chiamati alla sequela di Cristo, vede questo fanciullo studiare e ottenere ben presto i risultati migliori, sia nel campo della scuola che in quello spirituale. E non si ferma a perdere il suo tempo ripetendo come tante persone: «Non ci riesco a farmi santo, sono troppo pieno di difetti»; «È pesante la preghiera, la meditazione!»; «È troppo difficile affrontare le persone e proporre loro la via delle virtù cristiane e religiose»; «È impossibile obbedire, vivere con persone che non conosco o che conosco appena». Ogni giorno di più, dona i suoi frutti migliori. Affronta senza paura i miscredenti che incontra per via, risponde alle loro obiezioni, non teme le loro irrisioni, gli insulti peggiori, e discute senza timore perfino con gli stessi massoni. Ascolta l’interno richiamo che lo vuole guida di una Milizia, dall’eroico programma di donarsi totalmente a Maria, per tendere la mano a tutti i fratelli, e salvarli portandoli a Dio: un richiamo che chiede pronta risposta alla vita, al lavoro, alla sofferenza, alla morte affrontata cantando sugli spalti, come coraggiosi soldati al servizio della Celeste Regina. Il Padre Kolbe è ammalato; una febbre continua gli divora i polmoni; da molti è ritenuto spacciato. Reagisce sorridendo; reagisce pregando; reagisce obbedendo quando viene mandato lassù a Zakopane, in quel sanatorio dove prevalgono il peccato, il dolore, la morte. Reagisce predicando Maria. E perché tutto questo e altro ancora?
Una donazione senza limiti
Perché «Padre Kolbe è ottimista. Padre Kolbe gioca con il più grande eroismo. Padre Kolbe fa continuo esercizio di santità» Sì, Padre Kolbe è ottimista, perché guarda al Padre, e sa che un vero padre è sempre presente dove vivono i figlioli; perché guarda al Figlio che non ha esitato a farsi uomo, a donare tutta la sua vita per la vita di ogni peccatore. Perché conosce la forza dello Spirito, che genera là dove c’è sterilità, che dona luce per vincere le tenebre, che ispira il modo giusto per vivere con gioia anche dove regna il modo ingiusto, dove Satana semina a piene mani l’errore, il vizio, il difetto umano: l’invidia, la permalosità, l’antipatia, l’orgoglio e la superbia, l’autosufficienza e la vanità, la parola ingiusta e offensiva. Anche dove regna la sicurezza del potere, dell’avere, del sapere e dell’autodifesa preventiva. Per questo Padre Kolbe gioca con il più grande eroismo, facendo esercizio continuato della vera santità. Per questo, anche se debole e ammalato, anche se pieno di precoci acciacchi che lo portano a vegetare lassù a Zakopane, anche se tormentato dalla paura, il Padre Kolbe si getta nella mischia. Padre Kolbe lavora con i frati, soffre con loro le stesse privazioni, dorme con loro all’addiaccio (e il freddo già mordeva in quell’ottobre del 1927), compie le stesse levatacce antelucane, e va e ritorna da Varsavia carico di pacchi. In una tasca, dentro un portacarte, la prescrizione del medico: «...una vita calma e regolare, una superalimentazione, molto sonno, molte ore di sedia a sdraio e proibizione di portare pesi». Ma il Padre Kolbe ha il cuore più grande del cosmo. E, mentre lavora, va pure assistendo e formando coloro che accorrono a lui numerosi, perché hanno compreso l’essenza della sua eroica missione. Il Padre Kolbe non si ferma mai, fino dove l’obbedienza lo lascia libero di agire. Perché egli ha un segreto, che non è segreto, e può essere l’infallibile segreto per non fermarsi mai di fronte alle avventure più strane, che sanno del miracoloso; così a Niepokalanów, così in Giappone dove tutto è da rifare. Ma il Padre Kolbe fa. E come?
«Il suo segreto era formato da due componenti in dosi assai generose: molta preghiera ed estrema povertà».
All’indomani della Beatificazione di Padre Massimiliano, Padre Faccenda commentando il discorso di Paolo VI, così scriveva:
Il Papa, passando a parlare della offerta di vittima di padre Kolbe, , afferma che il quadro della sua morte «è così orrido e straziante che preferiremmo non parlarne, non contemplarlo mai più, per non vedere dove può giungere la degradazione inumana della prepotenza», che rende schiavi e porta allo sterminio di altri esseri umani. «Furono milioni cotesti esseri sacrificati all’orgoglio della forza e alla follia del razzismo». Il nome di Padre Kolbe «resterà fra i grandi», ha detto ancora Paolo VI, perché nell’ora dell’odio seppe dire la parola dell’amore che redime e seppe perpetuare in sé la «parola di vita, quella di Gesù che svela il segreto del dolore innocente: essere espiazione, essere vittima, essere sacrificio e, finalmente, essere amore: “Non vi è amore più grande che quello di dare la propria vita per i propri amici” (cfr. Gv 15,13)».
Che questa beatificazione non appaia, all’occhio profano, espressione di un effimero trionfo, ma sia veramente, com’è nell’intenzione della Chiesa, un potente richiamo e un efficace invito a imitare, per quanto può essere possibile, quelle eroiche virtù che hanno permesso a Padre Kolbe di conformarsi, anche nella morte, al divino Modello di ogni santità, attuando il grande insegnamento del Vangelo: «Sacrificare anche la propria vita per amore degli amici» (cfr. Gv 15,13).
Se il grande patriarca san Francesco, per la sua conformità a Cristo, meritò di divenire il «Crocifisso della Verna», Padre Massimiliano M. Kolbe, col sublime olocausto della vita, si è conformato a Cristo redentore nell’atto supremo della carità. Ci sembra, infatti, che abbia anticipato l’esortazione del Concilio Vaticano II, che afferma: «I cristiani siano educati a non vivere egoisticamente, ma secondo le esigenze della nuova legge della carità, la quale vuole che ciascuno amministri in favore del prossimo la misura di grazia che ha ricevuto, e che in tal modo tutti assolvano cristianamente i propri compiti nella comunità umana» (Decreto Presbyterorum ordinis, sul Ministero e la vita sacerdotale, n. 6).
Non è perciò superfluo sottolineare che il sacrificio finale di Padre Massimiliano M. Kolbe non è stato un atto, nella sua eroicità, suggerito da motivi istintivi e umani oppure improvvisato, ma è stato un olocausto ispirato da alti motivi soprannaturali, il coronamento e il suggello d’una vita tutta intessuta di virtù, di azioni eroiche e sante. È questo, io penso, il richiamo che la glorificazione di Padre Massimiliano offre a tutti i cristiani e in modo particolare ai sacerdoti, religiosi e religiose.