
Premessa storica
La tradizione vuole che la Madre di Dio di Vladimir, come numerose altre icone, sia stata dipinta da San Luca. Secondo il racconto di un cronista, l’icona fu portata nel XII secolo da Costantinopoli a Kiev. Fu dipinta da un artista greco, ed appartiene all’arte bizantina dell’epoca macedone. Trovò collocazione definitiva nella città di Vladimir (da cui il nome di Vladirmiskaija) nel 1164. Dopo il 1395 è stata trasferita nella Cattedrale della dormizione al Cremlino. Celebre per i suoi interventi miracolosi, è sfuggita a diversi saccheggi ed incendi; la si trova presente ad ogni importante avvenimento della Russia come vero tesoro sacro della nazione.
Nel 1919, fu ritirata a causa della rivoluzione d’ottobre dalla Cattedrale della dormizione al Cremlino e dopo prolungati restauri fu trasferita alla galleria Tretiakov di Mosca, dove si trova attualmente. Da sempre considerata “la più bella” fra le icone della Madre di Dio, ha continuato ad esercitare il suo fascino anche nel museo di stato. Durante il regime sovietico sono sempre stati numerosi i credenti che le hanno reso omaggio in clandestinità; alcuni testimoni parlano di persone che “nascostamente” si tracciavano segni della croce e si mettevano a piangere a causa dei loro peccati davanti a questa immagine.
Per la sua perfezione e l’incredibile purezza di stile, questa icona raggiunge il culmine dell’arte iconografica. Nel viso della Vergine, pieno di maestà celestiale, è presente anche tutta la sua umanità. E’ il suo miracolo. Chi l’ha vista, non può dimenticare il suo sguardo. Di dimensioni contenute (58 per 78 cm), estese a 70 per 100 cm per una cornice riportata, si presenta senza la “riza” di metalli preziosi con cui era stata ricoperta e venerata per diversi secoli.
Le iscrizioni sono particolarmente significative. La Madonna è presentata come ( Meter Theou Madre di Dio); secondo la celebre formulazione di uno dei primi Concili: Maria ha generato Colui che l’ha creata, non è semplicemente la madre di un bambino, ma attraverso di lei comincia una nuova umanità, e lei consegna al mondo Dio, che non disdegna di entrare nel suo grembo. Il Bambino invece è qualificato come Iesus Christos (Gesù Cristo). Non “di Nazareth”, ma “Cristo”. La sottolineatura anche in questo caso è profondamente teologica: il bambino è l’unto di Dio, e in questo modo deve essere pensato. Inoltre l’aureola è contrassegnata da una croce che contiene una iscrizione (di cui solo una parte è visibile, e altre volte viene omessa): “ο ων”,contrazione del passo biblico di Es 3,14, dove Dio si presenta a Mosè come“Εγω ειμι ο ων”, “Io sono colui che è”, Questa accentua ulteriormente la posizione di Gesù che non è soltanto il Cristo ma Dio stesso che si incarna in questo bambino.
Questa icona a due personaggi presenta l’indicazione dell’ordine digradante in relazione alla dignità: anzitutto il bambino, poi la Madre di Dio. Il Bambino indossa un abito che irradia raggi di oro puro; questi viene raffigurato nelle icone con la corporatura di un dodicenne (ci si richiama all’episodio di Gesù dodicenne al tempio che viene ritrovato fra i dottori: Lc 2,41-50) e con il volto da bambino. Probabilmente si vuole sottolineare il fatto che Gesù cresceva in “sapienza, età e grazia” (Lc 2,52), e più
complessivamente viene richiamata simultaneamente tutta la vicenda storica di Gesù a partire dalla nascita e conclusa con la croce-risurrezione. Da notare che la frase di Lc 2,51 e “sua Madre serbava nel suo cuore tutte queste cose”, è compreso nello stesso episodio.
L’abito della Madre di Dio è color porpora, reminiscenza dell’abito che indossavano le imperatrici bizantine segno di straordinaria dignità. Le tre stelle sull’abito all’altezza del capo e delle spalle, indicano la triplice verginità di Maria, prima, durante e dopo il parto; e simboleggiano anche la luce di Dio che illuminando la Vergine, fa nascere per noi un Salvatore.
La Madre di Dio Vladimirskaija appartiene al genere di Madonne dette“eleousa” (della tenerezza); dipende in altre parole da un modulo iconografico che sottolinea la particolare tenerezza che esprimono la Madre e il bambino nel loro abbraccio, soprattutto nel contatto delicato delle guance.
Le prime icone della Madre di Dio non utilizzarono tuttavia questo modulo dell’eleousa, ma si preferì utilizzare una rappresentazione più composta che sembrava rilevare maggiormente l’aspetto teologico del rapporto Maria - Gesù, si tratta del genere detto “odighitria” (colei che indica la via): in queste icone Maria è colei che indica la via al credente che contempla l’immagine, Maria è la perfezione massima a cui può tendere ogni uomo, tuttavia lei stessa indica verso un “di più” che è appunto suo Figlio. Appartiene al genere“odighitria” anche la famosa “Madonna di San Luca” conservata a Bologna.
Si discute ancora molto sul motivo del passaggio nelle icone della Madre di Dio dal modello“odighitria” a quello “eleousa” (della tenerezza). Sembrerebbe che la Madonna della tenerezza voglia sottolineare l’aspetto più umano della tenerezza che intercorre fra la Madre e il proprio Figlio; da questo scaturisce anche l’interpretazione tradizionale che legge in questo modulo la penetrazione della sensibilità naturalistica occidentale che avrebbe modificato l’originale stile bizantino-orientale. Non sembra però tutto così semplice: Padre E. Sendler (gesuita e iconografo) nel testo “Le icone bizantine della Madre di Dio” fa notare che la Madonna di Vladimir è dipinta anche nel retro, ma soprattutto il soggetto del retro fa pensare.. Dietro la Madonna è stata dipinta una croce che si eleva su di un altare e porta l’iscrizione “IC XC- NIKA” cioè (Gesù Cristo il vincitore). Questo mostra che questa icona fu utilizzata come immagine processionale durante l’ufficio della Passione. Con tutta probabilità il modello della tenerezza non sottolinea il sentimento materno della madre di Dio, ma evidenzia il mistero teologico della sofferenza causato dall’opera della redenzione. Con tutta probabilità si è passati dalla Madonna odighitria a quella della tenerezza a causa di un approfondimento della teologia contenuto nell’icona.
Alla luce di queste riflessioni appare più semplice dare una lettura simbolica dell’immagine. Singolari sono gli sguardi: triste quello della Madre di Dio, gioioso quello di Cristo e altrettanto singolari le pose: stabile e fermo il Cristo, piegata e in movimento la Madre di Dio. L’icona propone e genera un rovesciamento di prospettiva nella visione immediata di chi la guarda. Non è una madre che abbraccia il suo bambino e lo consola, ma, piuttosto, un bambino che sostiene e consola una madre.
Questa acquisizione si colloca, probabilmente, al centro della comprensione di questa icona e c’è un particolare linguistico che concorda con questa ipotesi: in russo questa Madonna si chiama “umilìenie” che non è l’esatta trasposizione del greco “eleousa”. Eleousa significa “colei che si intenerisce”, mentre “umilìenie” significa “colei per cui ci si intenerisce”, quindi non è propriamente Maria che si intenerisce per Cristo, ma Cristo si intenerisce per Maria.
Lo sguardo incantevolmente triste proteso verso l’esterno della tavola (N.B. Maria non guarda Gesù, mentre è guardata da lui!) è attratto da colui che contempla l’icona. Maria dunque, guarda verso il credente e attraverso di lui a tutta l’umanità e si rattrista a causa del peccato e dei peccati che vede. Triste e intimamente ferita si china verso Gesù per cercare consolazione e incontra il bambino che la illumina con la gioia e la investe con il messaggio del Vangelo “Il Padre ha perdonato e anch’io perdono”(Rm 8,31-39).
Si completa inoltre il principio evangelico secondo cui il piccolo e il debole sostengono il grande e il forte. Il Bambino apparentemente fragile sostiene in realtà Maria, e Maria a sua volta fragile e apparentemente insignificante davanti alla malvagità dell’uomo sostiene l’umanità intera con la sua preghiera.