
Il testamento che Padre Kolbe ci ha lasciato è il costante suo anelito per le anime. «Anime, anime!». Per la loro salvezza ha istituito la Milizia; per la loro formazione creò la Niepokalanów polacca; per la loro redenzione volle la Niepokalanów giapponese; per aprire il paradiso ai nove morituri di Auschwitz, prevedendo il pericolo dell’abbandono e della disperazione, scese nel bunker tenebroso, si fece socio volontario dei loro tormenti e della loro agonia, li avvolse nelle vampe del suo cuore e, con l’ebbrezza del canto e della lode ininterrotta alla Vergine Maria, li offrì uno ad uno alla patria del cielo.
Il problema delle anime lo conquistò fin dai primi anni della sua vita religiosa, formò l’ansia costante di ogni sua azione e lo spinse alla ricerca di ogni ritrovato, di ogni progresso, perché il suo apostolato fosse sempre all’altezza dei tempi.
«La nostra missione è di convertire e santificare tutte le anime per mezzo di Maria...».
«Per il cristiano consacrato a Maria non vi deve essere riposo finché trova anime da salvare».
«L’anima consacrata all’Immacolata lavorerà sempre, ovunque trova un’altra anima».
Alla scuola del Maestro, che sente compassione della folla «perché erano come pecore senza pastore» (Mc 6, 34) anch’egli sente compassione di chi «vive nell’errore, nel peccato, schiavo di Satana, lontano dalla verità, in balìa di chi col potere politico, culturale e pubblico paralizza lo spirito, scoraggia le persone, confonde le misure del bene e del male».
Anch’egli sente compassione per ciò che manca all’uomo, per ciò che forma il problema dei problemi: gli vuole dare un regno, il vero regno, il regno di Dio, di cui è tale l’importanza che tutto diventa «il resto» che è «dato in aggiunta». «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose [il mangiare, il bere, il vestire] vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33).
Ecco la prima vera e genuina compassione, che poi genera quell’altra compassione, per cui il Maestro non lascia senza cibo la folla che lo segue. Padre Kolbe, da parte sua, in un momento d’emergenza trasforma la Niepokalanów in infermeria per accogliere i profughi, i perseguitati e gli affamati, si priva della sua razione di pane nero ed ammuffito, lascia il posto agli altri in ospedale, salva la vita a un padre di famiglia.
«Tutto tuo, Maria, per portare a Dio tutti gli uomini»: questo è stato il motto di padre Kolbe e questo potrebbe essere il motto del cristiano di oggi.
Sappiamo bene quanto la presenza della Madonna sia efficace, concreta e continua nell'opera missionaria per ottenere il rinnovamento interiore e per inebriarci, alla sua scuola, dello spirito del suo Figlio divino, il quale ha portato il regno di Dio in mezzo a noi, in mezzo a tutti i popoli. Così potremo riscaldarci di quella passione di cui è stata riscaldata lei quando è andata da Elisabetta e quando nel suo ambiente, pur limitato e apparentemente piccolo, svolgeva un'azione missionaria.
«Il problema missionario urge ogni giorno. Il «Sitio» (Ho sete di Gesù dalla Croce) è sempre attuale. «Andate ed evangelizzate»: è sempre attuale. «Io sarò con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo»: è sempre attuale. «Ci sono tante anime ingannate...»: è sempre attuale. «Porgere la mano a tutti e tutti portare a Dio per mezzo di Maria...»: è sempre attuale, perché rispecchia il mandato di Cristo fatto proprio da San Massimiliano Kolbe e ripreso da Giovanni Paolo II. Spirito missionario e spirito di evangelizzazione. Il problema è questo: «Come tendere la mano, come andare ad evangelizzare»? E la risposta è questa: «Generosità nell’evangelizzazione».
Un cristiano, poiché è inserito in Cristo, sente lo spirito missionario, diventa apostolo. L’evangelizzazione è un dovere e un diritto di ogni membro della Chiesa. Nessuno può sottrarsi al dovere dell’evangelizzazione. Aiutare a salvare un’anima è salvare la propria. La salvezza si può concretizzare in tanti modi: preghiera, sacrificio, sofferenza. Nutrire lo spirito missionario e fare tutto ciò che si può nello spirito missionario. Condividere i beni, cominciando dalla fede, che si rafforza quando viene donata. L’evangelizzazione è un diritto-dovere di ogni cristiano, bisogna perciò comunicarlo a tutti.
Sentire e vivere il problema missionario con entusiasmo, non l’entusiasmo avventuristico, poco creativo e concreto, ma l’entusiasmo interiore.
La missionarietà è quel fuoco inestinguibile che esplode da una vita profondamente interiore, alimentata dalla preghiera, dalla meditazione, dai Santi Sacramenti.
Come in una confessione del cuore , manifesta in uno scritto le motivazioni profonde del suo apostolato:
«La spinta radicale di ogni mia passione, il dinamismo di tutte le mie azioni, è stata la fede nella verità e nella dignità dell’uomo... Ho creduto nell’uomo... Nell’uomo ho visto il riverbero di Dio che, con l’amore del Padre, dell’Amico e del Fratello, gli ha dato l’esistenza, la salvezza, la ricchezza dei suoi doni, lo accompagna con vigile cura, gli apre le porte del suo cuore e della sua misericordia, e si fa vindice e difesa dei suoi diritti e della sua dignità contro i potenti, i superbi, i tiranni e gli impostori. Ho creduto nell’uomo, perché ho ricalcato le orme di Dio fatto uomo... perché sono andato alla scuola del Padre Kolbe che è sceso nella cella della fame e della morte, affinché quel padre di famiglia tornasse alla sua casa e perché quei
nove condannati avessero un sorriso, un conforto, un bacio, una parola»
«Durante il vostro cammino, dovunque andate, annunziate che il regno dei cieli è vicino». Cosa significa? Significa che bisogna predicare innanzitutto e soprattutto Dio, le verità di Dio.
Coloro che — sacerdoti, apostoli, missionari — hanno predicato la legge sociale o altri aspetti inerenti direttamente i problemi umani, ma non hanno predicato Dio o non hanno fatto riferimento a Dio, hanno visto fallire il loro scopo. Non dico che non bisogna lavorare per la giustizia sociale, ma che non bisogna prescindere da Dio, non bisogna lasciarlo da parte. Prima di tutto Dio, il Regno di Dio, le verità di Dio, i comandamenti, il Vangelo, poi gli altri problemi. Troppo poco si parla di Dio e anche noi cattolici tante volte abbiamo paura di parlarne.
Se predichiamo che il Regno dei cieli è vicino, sappiamo anche consolare gli infermi, infondere speranza; sappiamo anche assicurare la risurrezione della carne, sappiamo dire una parola di conforto e di aiuto ai lebbrosi.
Non mi sembra fuori luogo richiamare la nostra attenzione sull’importantissimo documento dottrinale-pastorale che la Conferenza Episcopale Italiana ha donato, il 22 giugno 1986, alla Chiesa italiana, per rendere più sicuro e fecondo il cammino del cattolicesimo dopo il grande Convegno ecclesiale di Loreto: «Comunione e comunità missionaria».
Il mio vuole essere solo uno spunto di meditazione su questo tema davvero urgente e appassionante per tutti.
Tutta la questione si potrebbe riassumere in quattro punti, in quattro «C», da cui dipende una realtà veramente missionaria nelle nostre comunità ecclesiali, siano associazioni, parrocchie, diocesi, Istituti Secolari, Congregazioni religiose.
Queste quattro «C» sono quattro esigenze indispensabili:
a) Coscienza missionaria
b) Carica interiore
c) Creatività
d) Comunione e carità
Perché la missionarietà è quel fuoco irresistibile che spingeva Paolo a gridare il Vangelo ai popoli Gentili.
Perché la missionarietà è quel fuoco inestinguibile che esplode da una vita profondamente interiore, alimentata dalla preghiera, dalla meditazione, dai santi Sacramenti.
Perché la coscienza missionaria, infine, è la più sacra eredità lasciataci da San Massimiliano Kolbe, che ci fa capaci di vivere e morire con Maria, di lavorare e soffrire per le anime.
E questo vi auguro di cuore.
È importante approfondire la teologia della missionarietà perché solo in questo modo noi potremo dare la nostra opera, come conseguenza. Per cui, abbiamo bisogno di entrare in questa teologia. Perché la missione? Perché l’evangelizzazione?
Dopo venti secoli siamo ancora agli inizi della missione. E non possiamo dire che questa missione abbia portato un gran movimento, e quindi un gran frutto. In venti secoli, la Chiesa missionaria poteva fare molto di più: poteva entrare molto più in profondità a contatto con i popoli e lasciare un’eredità molto più coerente all’eredità lasciata da Dio attraverso la sua salvezza, la sua Redenzione.
Siamo agli inizi, dobbiamo considerarci agli inizi, e quindi... non c’è tempo per andare piano piano. Dobbiamo andare certamente con calma e serenità, con pace e tranquillità, senza agitazione e velleità, però con impegno profondo.