L'opera è dedicata alla vita esemplare di padre Massimiliano Kolbe, proclamato santo nel 1982. E' la storia del sacerdote polacco, che con coraggio si offrì per essere ucciso al posto di un padre di famiglia nel campo di concentramento di Auschwitz, durante la seconda guerra mondiale.
La regia e l'adattamento sono di Sergio Bailo, rimasto affascinato dal percorso umano e spirituale di padre Kolbe, straordinariamente ricco e profondo.
“L’uomo che camminò su un arcobaleno” è il titolo di questo spettacolo teatrale che parte dalle vicissitudini storiche di padre Massimiliano Kolbe per poi proporre delle riflessioni di carattere più generale sui sistemi concentrazionari, in particolar modo nazisti, che hanno funestato il secolo appena trascorso.
Perché una scelta simile? Perché raccontare la vita d’un santo?

«Innanzitutto, perché, personalmente, sono rimasto affascinato dalla sua singolare esistenza e desideravo suggerire allo spettatore quanto l’esperienza di quest’uomo è in grado ancor’oggi d’insegnare al nostro esistere, soprattutto in merito al significato della morte e quindi della vita.
E’ vero, noi oggi non viviamo più in campi di concentramento, almeno non in quelli di comune conoscenza, ma penso sia innegabile constatare quanto, proprio come allora, il mondo in cui viviamo stia affogando in un disarmante qualunquismo, all’interno del quale “l’uomo è lupo all’uomo”, per cui “mors tua, vita mea”.
Addirittura oggi tendiamo ad allontanare il dolore e la morte, trasformandoli in spettacoli; i mass media, poi, ci educano a non riconoscerci più negli altri e nel loro volto, sostenendo la diffusione d’un capillare processo d’anestetizzazione del senso di colpa.
Si pensi per esempio all’addestramento militare, mediato dall’infografica, dalla rappresentazione virtuale: non ammazzi più altri esseri umani, hai solo colpito un target, come in un videogame.
Kolbe ha saputo andare oltre questa logica di morte, opponendovi l’ineffabile legge dell’amore, altrimenti detta “follia della croce”, la “stultitia” della quale parla S. Paolo.
Levinas, un filosofo ebreo, sostiene che l’immoralità è entrata nel mondo con la domanda di Caino.
“Sono forse io il custode di mio fratello?”, per cui l’uomo può veramente definirsi tale finché sarà in grado di prendersi cura di qualcuno diverso da sé, sull’onda del famoso “I care” di donmilaniana memoria.

All’interno dello spettacolo ho inserito un video che inizia con l’immagine d’una candela accesa e si conclude con la stessa che, ormai consumatasi tutta, si va spegnendo.
Ecco quella candela rappresenta una metafora della vita che vorrei poter dire d’aver vissuto quando arriverò in punto di morte: penso non possa capitare cosa peggiore d’arrivare alla fine dell’esistenza e volgendo lo sguardo indietro, rendersi, tragicamente, conto di non aver vissuto bensì sopravissuto.
In una famosa canzone dei Queen, ad un certo punto il cantante si chiede: “Who dears to loves forever”, “Chi avrà il coraggio di amare per sempre?”.
Ebbene padre Kolbe questo coraggio lo ha avuto, entrando di diritto nella schiera di coloro che qualcuno ha definito “I custodi dell’Amore …che andrebbero riconosciuti come patrimonio dell’umanità”.
Loro sono ormai nell’eternità in forza di ciò che sono stati e da parte mia desidero che, il farne memoria, possa, come sosteneva il Foscolo, “…accendere gli animi ad egregie cose!».
Compagnia Teatrale Stenico
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