Relazione del card. Claudio Hummes
Nell’ottobre del 1971, quando veniva beatificato Massimiliano Kolbe, a Roma si svolgeva il Sinodo dei Vescovi convocato per discutere sul tema del sacerdozio ministeriale e la giustizia nel mondo contemporaneo. Inevitabile, dunque, che il nuovo beato fosse additato come modello della consacrazione sacerdotale, anzi, scriveva il card. Wojtyla sul settimanale cattolico di Cracovia “con la sua vita e la sua morte, è stato un portavoce di questi problemi” (n. 42 del 1971).
Un passo dell’omelia di Paolo VI nella Messa di beatificazione ne sono una conferma:
“Chi non ricorda l’episodio incomparabile? ‘Sono un sacerdote cattolico’, egli disse offrendo la propria vita alla morte – e quale morte!- per risparmiare alla sopravvivenza uno sconosciuto compagno di sventura, già designato per la cieca vendetta. Fu un momento grande: l’offerta fu accettata. Essa nasceva dal cuore allenato al dono di sé, come naturale e spontanea quasi come una conseguenza logica del proprio Sacerdozio. Non è un Sacerdote un “altro Cristo”? Non è stato Cristo Sacerdote la vittima redentrice del genere umano? Quale gloria, quale esempio per noi Sacerdoti ravvisare in questo nuovo Beato un interprete della nostra missione! Quale ammonimento in quest’ora di incertezza nella quale la natura umana vorrebbe tal volta far prevalere i suoi diritti sopra la vocazione soprannaturale al dono totale a Cristo in chi è chiamato alla sua sequela! E quale conforto per la direttissima e mobilissima schiera compatta e fedele di buoni preti e religiosi, che, anche nel legittimo e lodevole intento di riscattarla dalla mediocrità personale e dalla frustrazione sociale, così concepiscono la loro missione : sono sacerdote cattolico, perciò io offro la mia vita per salvare quella degli altri. Sembra questa la consegna che il Beato lascia particolarmente a noi, ministri della Chiesa di Dio”.
Sacerdote di Cristo
Come sacerdote, Kolbe ha compiuto la sua missione e operato il miracolo più grande: l’amore che rende manifesta la presenza di Dio. Non solo Dio presente negli uomini, ma l’uomo che rende presente Dio. E lo ha fatto in uno dei frammenti di storia più difficili e drammatici del secolo scorso, al punto da essere definito con una felice espressione da Giovanni Paolo II “patrono speciale per i nostri difficili tempi”. Non è difficile riconoscere in lui il modello dell’uomo e del cristiano, il testimone della fede fino al martirio che seppe incarnare il Vangelo nella storia tragica del nostro tempo e proclamare la grandezza dell’uomo e la sua dignità insopprimibile.
Lo conferma l’intervento del card. Wojtyla nella conferenza tenuta nella sala stampa del Vaticano il 14 ottobre del 1971. in occasione della beatificazione.
“Quest’uomo, marchiato con un semplice numero 16670, ha riportato la più difficile delle vittorie, quella dell’amore che assolve e perdona. Egli irruppe nel cerchio infernale della dialettica dell’odio con un cuore bruciante d’amore e, di colpo, quel sortilegio infernale fu esorcizzato, l’amore fu più forte della morte. La sua testimonianza non è forse di una attualità impressionante in un’epoca d’amore dilaniato e diviso? Troppi sono oggi coloro la cui carità fraterna è condizionata dalla razza, dalla nazione, dall’ideologia!”.
Se aggiungiamo che attualmente anche la religione è motivo di divisione, ci rendiamo conto che il mondo di allora, in questo non è assolutamente cambiato!
Eucaristia, dono di sé
Padre Kolbe aveva aiutato i suoi fratelli a vivere anche nel campo di concentramento, li aveva rassicurati dell’amore
Infinito di Dio che “pensa a tutto e a tutti”. Nel campo egli si considerava in missione per aiutare i fratelli di prigionia sotto la guida dell’Immacolata e ogni opportunità che si presentava, ogni briciolo di tempo libero, nel silenzio della notte nella baracca, erano opportunità per esercitare il suo ministero.
L’ultima lettera scritta alla mamma, due mesi prima di morire, il 15 giugno 1941 è la testimonianza della grande fede che lo animava:
“Amata Mamma, per quanto mi riguarda, va tutto bene. Non stare in pensiero, cara mamma, né per me né per la mia salute, perché il buon Dio è dappertutto e pensa con infinito amore a tutto e a tutti”.
Come poteva pronunciare questo straordinario e altissimo atto di fede, mentre ogni giorno era bersaglio del sadismo dei suoi aguzzini, come gli altri e più degli altri, proprio perché prete?
Gli venne affidato ogni tipo di lavoro; fu adibito al trasporto dei cadaveri che accompagnava al forno crematorio pregando e tracciando su di essi, di nascosto, un segno di croce.
Spingeva carriole piene di pietre, portava tronchi enormi come una croce, il cui peso faceva barcollare. Una volta cadde, come Gesù sulla vita del Calvario, e subito fu coperto di calci e staffilato a sangue.
Nella sua debolezza fisica, con solo una parte di polmone sano, maltrattato dalle sofferenze che gli venivano selvaggiamente inflitte dai suoi carnefici, ne aggiungeva di altri personali, privandosi del riposo per confortare e dando il suo pane ai compagni di prigionia.
In quel pane c’era parte della sua vita, in quel pane c’era l’Eucarestia che non poteva celebrare sull’altare. Lì ad Auschwitz si stava compiendo il miracolo più grande che solo l’amore sa creare. Quella condanna terribile al bunker della morte, inflitta dagli aguzzini per una colpa non commessa, divenne dono a Dio per redimere quel luogo di morte e illuminare di speranza anche l’assurdo,l’inaccettabile.
Quel luogo, che finora risuonava di bestemmie e imprecazioni disperate, divenne una catacomba ove si celebrava il mistero di Dio. Quel gruppo disperato senza guida divenne una comunità in cammino verso il regno preparato per loro.
Racconta uno dei testimoni: “L’eco di quel pregare penetrava attraverso i muri, di giorno in giorno sempre più debole, trasformandosi in un sussurro, spegnendosi insieme al respiro umano. Il campo tendeva le orecchie a quelle preghiere. Ogni giorno la notizia, che pregavano ancora, faceva il giro delle baracche. L’intorpidito tessuto della solidarietà umana ricominciava a pulsare di vita. La morte che lentamente veniva consumata nei sotterranei dell’undicesimo blocco non era la morte di vermi schiacciati nel fango. Era dramma e rito. Era sacrificio di purificazione” (Szczepanski).
Ancora il card. Wojtyla così commentava: “Come sacerdote dunque egli accompagna il gregge lamentoso dei nove condannati a morte. Non si trattava solamente di salvare il decimo! Bisognava aiutare a morire gli altri nove. A partire dal momento in cui la porta fatale si chiuse dietro le spalle dei condannati, egli li prese tutti a carico; e non solamente questi, ma anche gli altri che morivano di fame nelle celle accanto e i cui urli belluini facevano tremare quelli che si avvicinavano…Rimane il fatto – e tutti i superstiti di Oswiecim lo sanno bene – che a partire dall’Assunzione 1941 il campo divenne meno infernale, In un tempo in cui tanti sacerdoti nel mondo intero si interrogano sulla loro “identità”, p. Massimiliano Kolbe si erge in mezzo a noi per rispondere non con discorsi teologici, ma con la sua vita e la sua morte. Per lui è stato sufficiente essere né più né meno del suo Maestro, dando testimonianza del più grande amore, come test evangelico di appartenenza a Cristo” (Conferenza stampa del 14.10.1971).
Dare la vita è morire martire d’amore
“Solo l’amore crea, l’odio distrugge”: questo fu il filo conduttore della sua esistenza. Davvero in questo epilogo, gli ultimi giorni di 47 anni di vita, san Massimiliano ci ha presentato il vero volto del sacerdote del Nuovo Testamento. E cioè essere misericordioso e credibile caricando su di sé la sofferenza degli altri per liberarli. Offrire il sacrificio di se stesso, della propria persona, del proprio corpo.
Giovanni Paolo II, nell’omelia di canonizzazione, il 10 ottobre 1982, affermava:
“Massimiliano non morì, ma “diede la vita… per il fratello”.
V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offri alla morte per amore.
E in questa morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore.
Proprio per questo la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. E’ stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario”.
E prima di dichiarare solennemente Massimiliano Kolbe martire, presentando la morte del santo in modo persuasivo si chiedeva:
“Non rende Massimiliano particolarmente simile a Cristo, Modello di tutti i martiri, che dà la vita sulla Croce per i fratelli? Non costituisce (la sua morte) una testimonianza particolarmente autentica della Chiesa nel mondo contemporaneo?”.
Fermiamoci a questo punto per una breve riflessione.
Davvero, San Massimiliano si costituisce in un vero modello per ogni cristiano dei nostri tempi difficili, ma anzitutto di ogni sacerdote. Il nucleo forte della spiritualità sacerdotale è senz’altro la disposizione incondizionata di dare la vita per la salvezza degli altri, come Gesù Cristo, il Sommo Sacerdote, lo fece sul Calvario e, in modo sacramentalmente anticipato, nella Eucaristia dell’Ultima Cena. Dare la vita in questo modo è sempre un atto eucaristico e redentrice. Dare la vita in questo modo è atto supremo d’amore. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Così Dio ci ha amato e ci ama. Così il sacerdote deve amare ogni essere umano. Da questo amore sacerdotale scaturisce e prende sostanza qualsiasi altra virtù sacerdotale necessaria. Quest’amore totale e incondizionato di donazione, però, è un dono di Dio al sacerdote, il quale, pertanto, deve accoglierlo, nutrirlo e svilupparlo costantemente durante la vita, perché è un dono che si può perdere quando non se lo cura. L’egoismo con tutti i suoi interessi mondani e il comodiamo sterilizzante sono sempre pronti a prendergli il posto. La santità sacerdotale è una costruzione quotidiana e permanente, sempre minacciata. Ma è la pratica quotidiana di questa carità fraterna concreta e coerente di donazione ai fratelli, in modo speciale, ai poveri e sofferenti, che vivifica la vocazione e la missione del sacerdote.
Il martirio, d’altra parte, si costituisce nell’atto più forte e significativo di evangelizzazione. Morire per dare la testimonianza di un vero discepolo di Gesù Cristo, morto e risorto per la vita del mondo, è predicare nella forma più verace e convincente che Dio è amore e ci ama senza misura. Un sacerdote che dà la sua vita, sia nella forma radicale di esserla tolta violentemente per odio a Cristo, sia nella forma di donazione amorosa, quotidiana, incondizionata e senza calcolo, ai fratelli, nel ministero pastorale annunzia al mondo, nel vigore dello Spirito Santo, l’ammirabile bellezza e fecondità della vita nuova in Cristo.
Ma, ritorniamo a San Massimiliano.
Apostolo e missionario dell’Immacolata
Finora di siamo soffermati sugli ultimi cento giorni della vita sacerdotale del nostro santo. Ma che ne è stato prima?
Sacerdote dal 28 aprile 1918 a Roma, chiesa di S. Andrea della Valle, solo cinque mesi dopo riesce a raccontare tutta la sua emozione in una lettera ala mamma (vedi lettera n. 19, scritti di Massimiliano Kolbe, Roma 1997).
Poi ritorna in Polonia e inizia la grande attività di apostolo e missionario dell’Immacolata. Organizza quell’associazione della Milizia dell’Immacolata fondata a Roma il 16 ottobre 1917 (novant’anni fa!) per “cercare la conversione dei peccatori, eretici, scismatici e soprattutto dei massoni; e la santificazione di tutti, sotto il patrocinio e la mediazione della Beata Vergine Maria” (statuto). E’ un intento di larghissima portata, su misura di grandi anime, perché nel suo programma non c’è solo una parte spirituale, ma una scelta globale. Scrive nel 1924: “Con l’aiuto dell’Immacolata dobbiamo tendere a questo: che i fedeli Cavalieri dell’Immacolata si trovino dappertutto, ma specialmente nei posti più importanti, come:1) l’educazione della gioventù (professori di istituti scientifici, maestri, società sportive); 2) la direzione dell’opinione delle masse (riviste, quotidiani, la loro redazione e diffusione, biblioteche pubbliche, biblioteche circolanti, ecc. conferenze, proiezioni cinematografiche, ecc); 3) le belle arti (scultura, pittura, musica, teatro); e infine 4) i nostri militi dell’Immacolata divengano in ogni campo i pionieri e le guide nella scienza (scienze naturali, storia, letteratura, medicina, diritto, scienze esatte ecc.): Sotto il nostro influsso e con l’assistenza della M.I. sorgano e si sviluppino i complessi industriali, commerciali, le banche, ecc…” (Scritti, 92).
Noi oggi, con tutto il supporto teologico e i mezzi di cui disponiamo, non oseremmo tanto! Ma come realizzare questo grande progetto? Quel frate, fin dai tempi di formazione, aveva una gracile salute, era ammalato di tubercolosi e dovrà ricorrere spesso a lunghe cure in sanatorio, incomincia la sua attività coraggiosa, rapida, costante per evolvere lo spirito francescano in nome dell’Immacolata. Non può starsene in convento tranquillo, alternando i tempi della preghiera con l’apostolato conventuale, i pasti con il riposo, ma si sente bruciare dalla passione per il Regno di Dio da realizzare, con l’aiuto di Maria: vuole conquistare tutto il mondo all’Immacolata. Non è enfasi, ma progetto lucido,portato avanti con il cuore, le ginocchia, l’intelligenza e i mezzi che il progresso gli stanno fornendo, soprattutto la stampa e la radio.
Una città per evangelizzare
A 50 chilometri da Varsavia, su un terreno donato da un benefattore, nasce la città dell’Immacolata, “Niepokalanow”. Aperta a tutti coloro che desiderano “consacrarsi totalmente a Dio attraverso l’Immacolata”. Deve essere un pochino eroica se veramente vuole conseguire lo scopo che si è prefissa, vale a dire non solo difendere la fede, contribuire alla salvezza delle anime, ma con ardito attacco, non badando affatto a se stessi, conquistare all’Immacolata un’anima dopo l’altra, un avamposto dopo ‘altro, inalberare il suo vessillo sulle case editoriali dei quotidiani, della stampa periodica e non periodica, delle agenzie di stampa, sulle antenne radiofoniche, sugli istituti artistici e letterari, sui teatri, sulle sale cinematografiche, sui parlamenti, sui senati, in una parola dappertutto su tutta la terra” (Scritti, 199).
Quella città –convento alla vigilia della guerra conterà 800 frati circa, pronti a tutto, a vivere in “baracche al posto di case, vestiti e scarpe rattoppate, per l’Immacolata macchine moderne e tutti i prodotti della tecnica, i più aggiornati e rapidi”, Diventerà una dei centri editoriali cattolici più significativi di tutta la Polonia. A rileggere i 20 anni di attività intensa fino allo stremo delle forze, intelligente, lungimirante c’è da restare allibiti: noi oggi con i nostri mezzi non riusciamo a raggiungere una quantità simile di attività.
Ma saremmo troppo lontano da lui se ci accontentassimo di esaltare la sua opera attraverso i risultati. Servono a poco. Ammoniva infatti: “Stiamo attenti dall’illuderci che il valore di un’opera sia dimostrato dai frutti dell’attività esteriore. La conversione e la santificazione di un’anima è sempre opera della grazia divina. Senza la grazia di Dio non si può operare nulla in questo campo, né con la parola viva, né con la stampa, né con nessun altro mezzo esteriore. La grazia per noi stessi e per gli altri la si ottiene con l’umile preghiera, con la mortificazione e con la fedeltà nel compimento dei propri doveri quotidiani, compresi quelli più umili”. (Scritti, 1071).
La consegna più autentica è invece la sua passione apostolica, il senso missionario eccezionale, uno stile di vita avvolgente, un’idea fissa. Il suo cristianesimo non era certo di retrovia o di tradizionalismo sterile e nostalgico, non era quello chi si limitava a non fare il male o a fare puramente il proprio dovere senza sbavature e a combattere in difesa. Più di altri ha coltivato un’evangelizzazione di prima linea, in grado di agganciarsi alla cultura contemporanea a cominciare con i mass media, ossia con quegli strumenti che consentono un linguaggio comprensibile e attraente. Lui stesso divenne un quotato apostolo della penna.
Il compianto e amato servo di Dio Giovanni Paolo II, nella enciclica Redemptoris Missio (1990), parlando dell’importanza di evangelizzare i moderni areopagi, scrive: “Il primo areopago del tempo moderno è il mondo delle comunicazioni, che sta unificando l’umanità rendendola – come si suol dire – ‘un villaggio globale’. I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali (…). Forse è stato un po’ trascurato questo areopago: si privilegiano generalmente altri strumenti per l’annunzio evangelico e per la formazione, mentre i mass media sono lasciati all’iniziativa di singoli o di piccoli gruppi e entra nella programmazione pastorale in linea secondaria. L’impegno nei mass media, tuttavia, non ha solo lo scopo di moltiplicare l’annunzio: si tratta di un fatto più profondo, perché l’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso. Non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa ‘nuova cultura’ creata dalla comunicazione sociale” (n.379).
E qui vorrei fare il mio omaggio al grande significativo lavoro apostolico attraverso i mass media della Milizia dell’Immacolata, col suo centro direttivo nella Diocesi di Sant’Andre’, dove io sono stato vescovo per 21 anni, cioè dal 1975-96, nel Brasile. Diretta e animata da Padre Frei Sebastiào Quaglio, Ofm. Conv., della Provincia San Francesco, dei Frati Minori Conventuali, nel Brasile, questa Milizia in quei anni, ispirata dal suo fondatore, San Massimiliano, e fidatasi dell’Immacolata, ha cominciato suo progetto di evangelizzazione attraverso i grandi mezzi di comunicazione sociale comprando una piccola e guasta emittente di Radio. L’acquisto di quella Radio è stato accompagnato di molta preghiera e tanto lavoro e sacrificio di moltissime persone, anzitutto dei membri della Milizia. La diocesi ha data la sua collaborazione. Io stesso ho accompagnato Frei Sebastiào nella ricerca dei risorsi per questa compra, che pareva troppo alta per una prospettiva semplicemente umana. E nondimeno siamo riusciti. Partendo da questa Radio, il progetto si sviluppò velocemente e oggi è una grande rete nazionale – con alcuna ramificazione al estero – di diversi emittenti di Radio suoi o programmazione in emittenti altrui e, da qualche anno fa, con una emittente di Televisione locale e tante altre forme di apostolato di comunicazione. Oggi, l’opera è enorme, conosciuta e riconosciuta in tutto il Brasile, con appoggio e lodi dei vescovi e del popolo cattolico. Davvero, realizza un eccellente lavoro di evangelizzazione.
Ritorniamo a San Massimiliano.
Missionario in Oriente
Cresciuto alla scuola di Pio XI che nell’ambito missionario si è mosso con grande sicurezza e determinazione, padre Kolbe sente che i confini della Polonia sono troppo limitati per i suoi progetti. “Sono attratto sempre da nuovi orizzonti” (Scritti, 503). Nel 1925 in un articolo della sua rivista aveva definito il profilo del milite: “Egli non restringe il proprio cuore solamente a se stesso, né alla propria famiglia, ai parenti, agli amici, ai connazionali, ma abbraccia con essi il mondo intero, tutti ed ognuno singolarmente, poiché tutti sono stati redenti dal sangue di Gesù, senza eccezione alcuna, tutti sono nostri fratelli…La felicità di tutta l’umanità in Dio attraverso l’Immacolata: ecco il suo sogno” (Scritti, 1088).
Coerentemente con quanto chiedeva agli altri, dopo solo tre anni che Niepokalanow aveva preso vita, nel momento più delicato e decisivo per la sua espansione, lascia tutto e con sei frati si avventura verso l’Oriente, senza sapere dove approdare, e trova ospitalità e accoglienza dal vescovo di Nagasaki, e dopo un solo mese dal suo arrivo, senza conoscere e tanto meno scrivere una parola nella lingua locale, stampa la rivista dedicata all’Immacolata, in diecimila esemplari.
In seguito, alla periferia di Nagasaki, sulle pendici del monte Hicosan, crescerà un altro convento città, di proporzioni minori rispetto a quello polacco, che chiamerà Mugenzai no Sono, che vuol dire Giardino dell’Immacolata e formerà una nuova comunità francescana. I riferimenti geografici della collocazione della piccola città sono voluti per sottolineare che al momento dello scoppio della boma atomica sulla città, il 9 agosto 1945, la zona fu risparmiata.
Infatti il terreno collinoso di Nagasaki limitò il numero delle vittime (40.000) rispetto a Hiroshima.
Come in Polonia, anche nella terra giapponese Massimiliano Kolbe sceglie di investire le proprie energie nell’evangelizzazione e formazione delle coscienze, nel portare alle menti lo splendore della verità e infiammare i cuori con il fuoco del Vangelo, e questo sull’esempio e per la mediazione della Vergine Immacolata. Per questo si dedica, con la collaborazione di traduttori non solo cattolici, ma anche protestanti, buddisti, shintoisti, alla pubblicazione in lingua giapponese del “ Cavaliere dell’Immacolata”, che in pochissimi mesi raggiunge 25.000 copie, sempre all’insegna: per l’Immacolata tutto, per noi lo stretto necessario.
Al suo superiore provinciale della Polonia descriveva la vita in terra giapponese: ”Abitiamo in una casa che ha pareti di legno dello spessore minore di un centimetro, sempre con il timore di un incendio… Il pane, le patate, il latte, ecc. qui sono le cose più di lusso e molto care. Bisogna pensare anche alla macchina legatrice, alla rotativa, ad uno strumento per i caratteri, ad un’altra macchina per la stampa”. E concludeva: “Stanotte è caduta la prima neve, mi cadeva in faccia, tanto che per poter dormire ho dovuto coprirmi la testa. Le coperte imbottite dei fratelli che dormono in soffitta sono bianche e nei catini c’è acqua mista a neve. Essi de lo raccontavano allegramente durante la colazione, io, però, ho un po’ di paura per la nostra salute” (Scritti, 384).
Il missionario, San Massimiliano, deve ispirare oggi i nostri sacerdoti, ad essere a loro volta missionari. Il Concilio Vaticano II ha dichiarato che anche i preti diocesani devono sentirsi chiamati ad essere missionari, perfino ad gentes. Tuttavia, oggi la missione deve essere fatta non soltanto ad gentes ma anche nel territorio delle nostre parrocchie e diocesi dove la Chiesa è già stabilita da secoli o da millenni. La V Conferenza Generale del Episcopato di America Latina e Carabi, celebrata in Brasile nel maggio scorso, ha ricevuto dal Papa come tema “ Discepoli e missioni di Gesù Cristo, perché in Lui i nostri popoli abbiano vita”. Il papa stesso ha aperto la conferenza e ha stimolato i vescovi a fare la missione nella loro stessa circoscrizione ecclesiastica, poiché sono tanti i battezzati che sono stati poco o per niente evangelizzati e perciò vivono allontanati dalla Chiesa e sono preda facile delle Sette pentecostali o della indifferenza religiosa e del raletivismo. Bisogna uscire in ricerca di questi cattolici allontanati e portargli spesso ancora il primo annunzio del Vangelo o riproporgli questo annunzio affinché possano essere condotti ad un incontro personale e comunitario con Gesù Cristo ed essere da Lui trasformati in discepoli veri, saldi nella fede e coerenti. La missionarietà di San Massimiliano può diventare così una luce e uno stimolo per tanti nostri sacerdoti.
Il cuore di Massimiliano, il missionario, si rivela in questa bellissima lettera scritta mentre dalla nave si allontana dal Giappone per ritornare in Polonia in occasione del capitolo provinciale:
“Miei cari figli, l’Immacolata si prende cura di me con tenerezza, davvero con molta tenerezza. Ella offre tutto il nutrimento che è indispensabile all’anima nel tempo e nella quantità necessaria, ma talvolta stringe anche dolcemente al petto.
Osservando il vostro gruppetto che si rimpiccioliva sempre più davanti agli occhi, mi è tornato alla memoria tutto quello che l’Immacolata si è degnata di compiere durante questi tre anni di permanenza in Giappone. Allorché partii per la prima volta da questo porto, solo due anime che vivevano dell’amore verso di Lei, erano rimaste in quello stesso luogo, mentre questa volta erano ormai 12 apostoli, senza contare i discepoli di diverso grado che l’Immacolata si è degnata di attirare: alcuni ancora pagani, cattolici, aspiranti alla vita religiosa e questi tra coloro che si sono convertiti, anzi uno è ormai professo, il mio primo figlio da una terra pagana.
Ma non suonano male le parole: “figlio”, “figli”, invece di “fratello”, “fratelli”?
Miei Cari, già S. Paolo nella lettera ai Corinzi o in un’altra, non ricordo) dice più o meno così: “Anche se voi aveste avuto 10.000 maestri in Cristo, non avreste molti padri, perché sono stato io a generarvi nel Vangelo” [cf.1 Cor4,15]. Io pure, perciò, lo applico a me stesso con gioia, rallegrandomi del fatto che l’Immacolata si sia degnata, nonostante le mie miserie, debolezze, stupidità e indegnità, di infondere in voi attraverso di me la Sua vita, di rendermi vostra madre. E’ cosi che la vita divina, la vita della Ss. Trinità scorre dal Ss. Cuore di Gesù, attraverso il Cuore Immacolato di Maria, nei nostri poveri cuori, ma sovente anche attraverso altri cuori creati. Che questa vita sia l’amore, noi tutti lo comprendiamo bene. Ecco perché Gesu ha affermato: Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra e quanto desidererei che esso fosse acceso” [Lc 12, 49]. (Scritti,503).
Quello che impressiona in Massimiliano, espresso in molti suoi scritti, è la presenza fortissima di Maria che si trasforma poi in totalità apostolica, in un desiderio cioè di abbracciare tutta l’umanità e tutta la creazione nell’Immacolata. E’ il desiderio tipico delle persone giunte alle più alte vette dell’unione con Dio: essere pienezza di amore che prende tutto e tutti, e si incarna in una dimensione apostolica, senza limiti di tempo e di intensità di sforzo, che tende alla trasformazione delle persone e delle strutture.
Le sue parole, scritte tre mesi dopo il suo arrivo in Giappone, rendono inadeguato ogni nostro commento:
“Mio Caro!
Scrivo in breve, perché sono sovraccarico di lavoro. Ecco, il nostro compito qui è molto semplice:sgobbare tutto il giorno, ammazzarsi di lavoro, essere ritenuto poco meno che un pazzo da parte dei nostri e, esaurito, morire per l’Immacolata. E, dato che non viviamo due volte su questa terra, ma una volta soltanto, di conseguenza è necessario approfondire al massimo con gran parsimonia ognuna delle espressioni suddette, per dimostrare quanto più è possibile il proprio amore per l’Immacolata. Non è forse bello questo ideale di vita? La guerra per conquistare il mondo intero, i cuori di tutti gli uomini e di ognuno singolarmente, cominciando da se stessi.
La nostra potenza consiste nel riconoscere la nostra stupidità, debolezza e miseria e in una illimitata fiducia nella bontà e nella potenza dell’Immacolata. La natura può inorridire, può guardare con occhio nostalgico un’altra forma di vita più tranquilla e più confortevole, in condizioni già determinate, ma il sacrificio consiste proprio nell’andare oltre le attrazioni della natura corporale. Tutta la speranza è nell’Immacolata.
Coraggio, dunque, caro Fratello, vieni a morire di fame di fatica, di umiliazioni e di sofferenze per l’Immacolata” (Scritti 301).
L’amore alla Vergine Immacolata
Giovanni Paolo II nell’omelia di canonizzazione ci introduce nell’ispirazione che ha guidato tutta la vita e l’attività di san Massimiliano:
“Fu l’Immacolata, alla quale affidava il suo amore per Cristo e il suo desiderio di martirio. Nel mistero dell’Immacolata Concezione si svelava davanti agli occhi della sua anima quel mondo meraviglioso e soprannaturale della Grazia di Dio offerta all’uomo. La fede e le opere di tutta la vita di padre Massimiliano indicano che egli concepiva la sua collaborazione con la Grazia divina come una milizia sotto il segno dell’Immacolata Concezione. La caratteristica mariana è particolarmente espressiva nella vita e nella santità di padre Kolbe. Con questo contrassegno è stato marcato anche tutto il suo apostolato, sia nella patri come nelle missioni. Sia in Polonia come nel Giappone furono centro di quest’apostolato le speciali città dell’Immacolata (“Niepokalanow” polacco, “Mugenzai no Sono” giapponese)”.
Il suo predecessore Polo VI, mettendo fuori gioco ogni diffidenza di fronte ad una “esaltazione mariana” ci aveva invitati a raccoglierne invece l’eredità e l’esempio, perché la visione mariologica non è assolutamente in competizione con quella cristologia o ecclessiologica.
“Nessuna competizione. Cristo nel pensiero del Kolbe, conserva non solo il primo posto, ma l’unico posto necessario e sufficiente, assolutamente parlando, nell’economia della salvezza; né l’amore alla Chiesa e alla sua missione è dimenticato nella concezione dottrinale o nella finalità apostolica del nuovo Beato”
E conclude: il “profilo mariano (di Kolbe) lo qualifica e lo classifica fra i grandi santi e gli spiriti veggenti, che hanno capito, venerato e cantato il mistero di Maria” (Omelia della beatificazione).
Quando fra Massimiliano, con precoce sensibilità e maturità apostolica, fonda la Milizia dell’Immacolata (il 16 ottobre 1917), ha solo 23 anni e non è ancora sacerdote; verrà ordinato nell’aprile del 1918. Il card. Wojtyla, la sera del 15 ottobre del 1977, un anno prima di essere eletto Papa, nella sede in cui il nostro sando aveva fondato la Milizia, disse:
“E’ qui che san Massimiliano Kolbe ha scoperto il mistero dell’Immacolata e lo ha scoperto non solo come la più grande bellezza dell’universo creato, ma soprattutto come una forza, un’energia potentissima che egli voleva comunicare anche agli altri”.
Infatti da quel momento il suo pellegrinaggio terreno è un cammino di crescita che coinvolge non solo la sua anima e la sua vita spirituale, ma tutta la sua persona, il suo modo di essere e di agire, con l’aiuto e la presenza efficace della Vergine Immacolata. Dinnanzi allo splendore, alla bellezza, alla santità della Madre di Dio, padre Massimiliano è quasi sgomento, rapito, fatica ad esprimersi e nella preghiera cerca ispirazioni e il linguaggio più adeguato.
“Il tema mariologico, aveva scritto, si approfondisce di più con le ginocchia che con il cervello” (Scritti, 906), perché “colui che ama conoscerà l’Immacolata molto più di un teologo” (983). Non si tratta di sfiducia negli specialisti della scienza teologica, ma di una puntualizzazione che proietta sul vissuto: “Sarà cosa ottima studiare la mariologia, ma ricordiamoci sempre che noi conosciamo l’Immacolata più nell’umile preghiera quotidiana e nell’amorosa esperienza della vita quotidiana che in dotte definizioni” (634).
A scuola da Maria
Da vero figlio di San Francesco, “che circondava di amore indicibile la Madre di Gesù” (Tommaso da Celano), tutta l’esistenza di padre Kolbe è radicata nell’esperienza del mistero dell’Immacolata concezione, perché in Lei ha visto la pienezza di grazia, la santità fatta persona e nello stesso tempo il modello perfetto, il prototipo su cui confrontare e definire la propria vita e quella dei fratelli e valutare in positivo la propria dignità e grandezza, perché in Lei trovi riflesso, come in uno specchio, ciò che Dio ha donato all’uomo.
Dai suoi numerosi scritti risulta chiaro questa affermazione: quanto più l’uomo è degradato tanto più l’Immacolata può risvegliare in esso l’immagine e la somiglianza di Dio, fino a raggiungere la perfezione. Ripensando a tutta a sua vita, alla sua attività missionaria e alla sua morte, ci riusciranno certamente più comprensibili le sue espressioni presentate come programma di vita: “L’Immacolata: ecco il nostro ideale! Avvicinarsi a lei, renderci simili a Lei, permettere che Ella prenda possesso del nostro cuore e di tutto il nostro essere, che Ella viva e operi in noi per mezzo nostro, che Ella stessa ami Dio con il nostro cuore, che noi apparteniamo a Lei senza alcuna restrizione: ecco il nostro ideale” (Scritti, 1210).
L’itinerario di consacrazione alla Vergine lo porta fino alle soglie dell’identificazione con l’Immacolata: “Ognuno di noi deve preoccuparsi unicamente di armonizzare, di conformare, di fondere, per così dire, la propria volontà con quella dell’Immacolata” (Scritti, 1160).
Scrive nell’agosto del 1940: “Amala, quale madre, con tutta la sua dedizione. Ella ti renderà simile a Lei, ti renderà sempre più immacolato, ti aiuterà con tutta la sua grazia. Lasciati guidare da Lei, lasciati plasmare” (1334).
Il Totus tuus di Giovanni Paolo II è quanto mai provvidenziale per una maggiore comprensione e valorizzazione della spiritualità di San Massimiliano. I pensieri espressi dal Papa nella lettera apostolica Rosarium Virginia Mariae e il messaggio rivolto ai giovani in occasione dell Giornata Mondiale della Giornata Mondiale della Gioventù del 2003 sono una straordinaria ri-formulazione della spiritualità mariana di padre Kolbe.
Imparare Cristo a scuola di Maria è uno dei concetti più suggestivi della lettera. Con altre parole san Massimiliano aveva scritto: “Nel grembo di Maria l’anima deve rinascere secondo la forma di Gesù Cristo. Ella deve nutrire l’anima con il latte della sua grazia, curandola amorosamente ed educarla così come nutri, curò ed educò Gesu’. Sulle sue ginocchia l’anima deve imparare a conoscere e amare Gesù. Dal suo cuore deve attingere l’amore verso di Lui, anzi amarlo con il cuore di Lei e diventare simili a Lui per mezzo dell’amore” (Scritti, 1295).
Essere mariani per essere anime ecclesiali
La consacrazione all’Immacolata nello spirito di san Massimiliano ha dei riflessi concreti non solo sulla vita spirituale della singola persona, ma interessa anche la vita della comunità cristiana. Con Maria è nata e cresciuta la Chiesa.
Luca negli Atti (1,15) racconta che attorno a Maria la comunità cresce. Cromazio, vescovo di Aquileia (387) commentava questa citazione: “Dopo che il Signore nostro Gesù Cristo, vinta la morte, resuscitò e ascese al cielo, la sua Chiesa, comprendente un centinaio di persone, si radunò… Si radunò insieme a Maria, la Madre di Gesù, e insieme ai suoi fratelli. Non si può dunque parlare di Chiesa se non è presente Maria” (Discorsi, 30,1).
Opportunamente, accanto all’espressione di Paolo VI (“se vogliamo essere cristiani dobbiamo essere mariani”) si collocano le parole del card. Ratzinger. Oggi Benedetto XVI: “è soltanto nell’essere mariani che diventiamo Chiesa”. Verità ribadita in occasione del Convegno della Chiesa italiana a Verona nell’ottobre del 2006: “Nella Vergine Maria incontriamo la vera essenza della Chiesa e così, attraverso Lei, impariamo a conoscere e ad amare il mistero della Chiesa che vive nella storia, ci sentiamo in fondo parte di essa, diventiamo a nostra volta anime ecclesiali”. Come Maria ha fatto crescere la Chiesa attorno a sé, Madre della Chiesa, così oggi vuole aiutare le comunità cristiane a darsi uno stile e una modalità di vita e di espressione.
La preghiera di Giovanni Paolo II: “Dobbiamo imparare sempre più da Te come essere Chiesa in questo trapasso di millenni” (1° gennaio 1987) Può ispirare concretamente una pastorale dal taglio mariano, perché “la Vergine nella sua vita fu modello di quell’amore materno, del quale devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini” (Lumen Gentium, 65).
Benedetto XVI, in occasione della creazione di nuovi cardinali il 25 marzo 2006, richiamando l’importanza del principio mariano evidenziato soprattutto dal suo amato predecessore, ha affermato: “Tutto nella Chiesa, ogni istituzione e ministero, anche quello di Pietro e dei suoi successori, è “compreso” sotto il manto della Vergine, nello spazio pieno di grazia del suo “sì” alla volontà di Dio. Si tratta di un legame che in tutti noi ha naturalmente una forte risonanza affettiva, ma che ha prima di tutto una valenza oggettiva. Tra Maria e la Chiesa vi è una con naturalità”.
Se dovessimo costituire la vita e l’attività delle nostre comunità ascoltando le domande e le attese delle persone, non ci sfuggirebbe il fatto che oggi ci viene chiesto soprattutto ascolto, accoglienza, comprensione, amore in tutte le sue possibili manifestazioni. L’atto più significativo della donna è quello di “prendersi cura”. Si affacciano immagini di tenerezza, sensibilità, riserbo, attenzione, parole di dolcezza, presenza protettrice, accoglienza. Ossia tutto ciò che rende il mondo più umano e lo riscatta dall’aridità e dal vuoto.
Si chiede alla Chiesa di essere soprattutto Madre. Come lo è Maria. Quell’essere “simile a Lei”, parte integrante dell’ideale tracciato di san Massimiliano, rende vivo quello “spirito” di Maria che il Santo Padre Benedetto XVI ha definito a nome di tutti in questi meravigliosi aggettivi: dolce e forte, zelante e prudente, umile e coraggioso, puro e fecondo. E’ il profilo di ogni vera anima sacerdotale.
Conclusione
Riprendere la memoria del martirio e di tutta la vita è opera sacerdotale e francescana di San Massimiliano Kolbe, in questo giubileo argenteo della sua canonizzazione, si costituisce in un momento di azione di grazia a Dio per il dono che Egli ha fatto alla sua Chiesa in questo santo. Lode e benedizione a Dio, ma per noi anche responsabilità di lasciarci ispirare ed incoraggiare da questo gigante nella carità fraterna, nel martirio, nella evangelizzazione e nella spiritualità mariana. Sono quattro assi della sua personalità e del suo itinerario sacerdotale, che illuminano oggi la Chiesa e ogni sacerdote.
Varsavia/Niepokalanow (Polonia) 20.10.2007