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Il tormento dell'amore

Ricorre in questi giorni il venticinquesimo anniversario della canonizzazione di padre Massimiliano Maria Kolbe, primo "martire di amore al prossimo"

Per iniziativa di papa Giovanni Paolo II, il suo conterraneo, Massimiliano Maria Kolbe è il primo canonizzato della Chiesa Cattolica come "martire di amore al prossimo".
Prima di offrirsi in olocausto nel Lager di Auschwitz (14 agosto 1941), per salvare un padre di famiglia e accompagnare verso l'eternità altri nove prigionieri (condannati per rappresaglia a morire nel Bunker della fame e della sete), egli visse quarantasette anni e sette mesi. Era polacco, francescano, minore conventuale.
Scorrendo la sua corrispondenza, leggendo i suoi editoriali dal 1919 al 1940, apparsa soprattutto nel "Ricerz Niepokalanej" (il Cavaliere dell'Immacolata polacco) e nel "Mungenzai no sono no Kishi" (l'equivalente mensile per il Giappone),ci si accorge che l'amore a Dio, alla Vergine Immacolata al prossimo, è stato per lui un "tormento", che l' ha animato fino al momento di presentare al boia il braccio sinistro per l'iniezione letale. I suoi compagni di bunker erano già morti. La sua missione, trasformatasi in passione, come accadde a Gesù negli orti degli ulivi, era terminata.
Il suo gesto estremo d'amore commuove ancora oggi e ispira biografi, letterati e artisti a cercare di scoprire il segreto della sua esistenza e della sua gioiosa capacità di leggere in ogni avvenimento un'opportunità per donarsi incondizionatamente al prossimo.
 
Genialità e santità
Voleva diventare un "grande santo".E ci riuscì. Trasformò le contrarietà, i sospetti, i mancati riconoscimenti, le derisioni dei vicini e dei lontani, in allenamento per distaccarsi dall'ammirazione di sé. Eppure era dotato di un'intelligenza acutissima, con spiccata tendenza alla strategia. Audace e geniale. Scienza e fede si armonizzarono in un uomo piccolo di statura, severo con se stesso, rigoroso nel lavoro, manuale e intellettuale, profeticamente obbediente al progetto di Dio. Insegnava che con la Madre di Gesù, le persone arrivano prima al Signore e, grazie a lei, Gesù arriva prima all'umanità. Questo il punto focale della sua spiritualità e della prodigiosa attività editoriale. Ha scritto: "Tutti possono diventare santi ma i geni più di altri". Padre Kolbe era convinto che il genio è più simile a Dio per qualità di intelligenza, intuizione e immaginazione artistica, ma senza l'esercizio delle virtù è paragonabile ai normali peccatori.
"Ogni santo è un grande uomo, ma non ogni grande uomo è stato nello stesso tempo un santo, anche se, in molte occasioni, ha reso notevoli servizi all'umanità" ha scritto ancora.Tuttavia egli riconosce nel genio e nel santo molte caratteristiche comuni. Hanno vita dura per l'invidia degli avversari e perfino degli amici. Il loro ricordo passa da una generazione all'altra. Alla domanda se c'è sostanzialmente differenza tra un santo e un genio, risponde: "Si se il genio non tende alla santità. Il santo ha davanti agli occhi unicamente la gloria di Dio. Si pone al di sopra dei giudizi umani. E così assapora la pace del vincitore. Quando da ogni parte precipitano i fulmini dello scherno, della malvagità e dell'invidia, piena di odio; quando la calunnia e il disprezzo assalgono e anche gli amici si allontanano o addirittura offendono come i nemici, allora il genio si piega sotto il peso, smania, soffre e si sente infelice. Il santo supera tutto. Anch'egli sente il dolore, ma si acquieta nella preghiera e, fiducioso in Dio, riprende il cammino". Kolbe non si riteneva né un genio né un santo, Invece li incarnava ambedue, Pochi conoscono le sue intuizioni scientifiche. Studente a Roma, stava progettando un eteroplano che potesse salire alle stelle per fotografare e poi ritornare a terra. Un progetto che al professor Gianfranceschi dell'università Gregoriana parve compilato secondo le leggi della fisica.
La storia ci presenta persone che sono state contemporaneamente santi e geni, come san Paolo e san'Agostino. Alla domanda se all'umanità è più utile un santo e un genio Kolbe risponde:"L'eredità di un genio reca all'umanità un vantaggio, ma molto spesso anche un danno. Un santo passa sempre "facendo del bene" sull'esempio di Gesù e ovunque si rechi egli innesta verità e felicità e trascina con il proprio esempio verso la Bontà di Dio. Non ogni persona può nascere genio, mentre la via della santità è aperta a tutti".E un genio santo? "Segna il vertice della grandezza dell'uomo (...). Ognuno può diventare un grande santo con l'aiuto dell'Immacolata, purchè lo voglia". Per diventare santi occorre sacrificio. Per dare la vita questo non basta, occorre la creatività dell'amore.

Un cristiano non "adagiato"
Ha detto il drammaturgo rumeno-francese Eugène Jonesco, alla soglia della sua conversione cristiana: "Massimiliano Kolbe è un santo. Io ammiro e adoro in lui ciò che è difficile. Cioè il sacrificio e la santità. Vivere e morire per gli altri, nell'amore della vita e della morte. Per me è la sola esistenza invidiabile, la sola esistenza che merita di essere vissuta che giustifica, abbondantemente, sia la vita che la morte".
Paolo VI, nel giorno della beatificazione (16 ottobre 1971), considera Kolbe "tra i grandi santi e gli spiriti veggenti, che hanno capito, venerato e cantato il mistero di Maria". La storia non potrà mai dimenticare la pagina spaventosa del Lager di sterminio. "Ma bisogna pur ripensarlo questo quadro tenebroso per potervi scorgere, qua e là, qualche scintilla di superstite umanità...punti luminosi (...) uno dei quali, forse il più ardente e il più scintillante è la figura estenuata e calma di Massimiliano Kolbe. Il suo nome resterà tra i grandi, svelerà quali riserve di valori morali fossero giacenti tra quelle masse infelici, agghiacciate dal terrore e dalla disperazione".
Qualcuno ha scritto che prima di chiedere chi l'ha ucciso, bisognerebbe chiedersi in nome di chi è vissuto padre Kolbe. Lui era felice di vivere, al modo di chi non ha paura di morire per amore. Il suo martirio è l'esaltazione dell'umano oltre l'umano.
Giovanni Paolo II, nell'omelia di canonizzazione, ha un motivo dominante: "Kolbe non morì, ma diede la vita per un fratello...vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario". Padre Kolbe con la sua testimonianza, inquieta ancora il nostro cristianesimo adagiato. Papa Benedetto XVI lo indica ai giovani come uno dei riformatori del nostro tempo, per "diventare felici di essere persone veramente umane".
"Questo è un uomo ", dicono gli ebrei, dedicando alla sua memoria un albero sempreverde nella selva dei giusti, a Gerusalemme. Va ricordato, ha sottolineato papa Benedetto, nella sua recente visita ad Auschwitz (maggio 2006), perché ha illuminato il buio della storia, la "valle oscura" dell'umanità. Ha risposto con il suo spontaneo sacrificio all'apparente silenzio di Dio.

Luigi Francesco Ruffato
(Pubblicato su Messaggero di Sant'Antonio, ottobre 2007)

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